ALLARME ROSSO IN KOSOVO. I GUERRIERI DI IERI COSTITUISCONO L’ESERCITO DI OGGI

DI ALBERTO TAROZZI

Kosovo: è allarme rosso. Il parlamento di Pristina ha fatto seguito alle minacce formulate finora e incurante dei pareri della Nato e della Ue ha proclamato la costituzione di un proprio esercito.

Non è affare da poco. Finora l’autoproclamata repubblica kosovara aveva in dotazione solamente reparti di così dette forze speciali che godevano di compiti relativamente circoscritti.

La costituzione di un esercito regolare ha avuto il consenso di 107 parlamentari su 120 in una rincorsa forsennata a chi ce lo aveva più duro. Hanno disertato la votazione i rappresentanti della comunità serba.

La Ue, tramite la Mogherini, impegnata in una costante ma infruttuosa opera di mediazione Tra Pristina e Belgrado si era dichiarata esplicitamente contraria, ma in forma molto sbiadita, con Germania e Francia impegolate nelle proprie vicende interne ben più che in quelle di politica internazionale. La Nato non aveva sollevato obiezioni di principio. Si era però rifugiata in una formula che le permetteva di esprimere parere sfavorevole adducendo l’intempestività dell’operazione. E comunque gli Stati Uniti avevano mantenuto una posizione di sostegno agli oltranzisti di Pristina. Da settimane ormai Belgrado, da parte sua, aveva espresso la preoccupazione del possibile inizio di una pericolosa reazione a catena.

Va infatti tenuto conto della escalation messa in atto dal parlamento kosovaro e dalle sue forze speciali negli ultimi tempi. Azioni violente contro la comunità serbo kosovara e il loro interlocutore belgradese; rifiuto di una possibile mediazione in sede Ue, legata a una ridefinizione dei confini, che aveva visto il sostegno dello stesso Thaci, presidente della repubblica kosovara. Poi, seguendo una spirale di provocazioni sempre più rischiosa, un aumento dei dazi delle merci di provenienza serba pari al 100%, con la scusa di ostacoli dei serbi all’entrata di Pristina nell’Interpol (con l’aggiunta della medesima sanzione contro i bosniaci tanto per fare cassa). In conseguenza di ciò un pesante aggravamento delle condizioni di vita della comunità serba nel nord del paese. Infine l’esercito.

La premier serba aveva avvertito da giorni quali potessero essere le conseguenze di una simile iniziativa. Intervento del nuovo esercito sotto il controllo di un governo dei duri (i così detti “guerrieri”) contro la minoranza serba a nord del fiume Ibar, che non avrebbe potuto rimanere senza risposta da parte delle truppe di Belgrado, in grado di sovrastare per numero e per efficienza l’esercito dello staterello di Pristina.

A quel punto un dubbioso “che fare?” della Nato. Impossibile astenersi dal difendere l’alleato kosovaro, per quanto scomodo e provocatore possa essere. Al limite della follia, peraltro, un intervento che non avrebbe potuto lasciare insensibile la Mosca di Putin, sempre più vicina a Belgrado e molto meno sottomessa di quello che era stata la Russia di 20 anni fa, in preda alle sbornie di Eltsin. Senza contare la perdita della Serbia come possibile interlocutore e definitivamente inserita nell’orbita di Mosca se non anche di Pechino.

Unica “rassicurazione”, da parte del premier Haradinaj: non abbiamo intenzione di usare l’esercito a Mitrovica, ma solo di preparare truppe da spedire in Afghanistan e in Iraq. C’è da fidarsi? Nemmeno la Nato pare disposta a tanto. Chi vorrebbe rassicurare tutti è un tizio che è sfuggito alla galera per la provvidenziale morte di due testimoni a carico, assassinati al momento opportuno, per lui.

Prevedibile un breve momento di stand by, ma difficile immaginare che possa durare a lungo.
La premier di Belgrado, Brnabic ha già accennato ai rischi di un incendio. E Pristina sta davvero scherzando col fuoco. Tra l’altro non è neppure immaginabile fino a dove si potrebbero espandere le fiamme. Nell’ambito dei Balcani ed oltre.