CIAO ANTONIO, DI SICURO NON IMMAGINAVI DI MORIRE COSÌ, QUANDO TUTTO DOVEVA INIZIARE

DI GIOVANNI BOTANICA

Non lo conoscevo, ovviamente. L’ho conosciuto nel momento in cui ha cominciato a morire, Antonio Megalizzi. Che lavorava per una radio universitaria. Che si trovava a Strasburgo, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che è stato ucciso dalla pallottola di uno che aveva la sua età, e che probabilmente è cresciuto nel modo sbagliato e nel tempo sbagliato. Non potremo saperlo, è morto anche lui, dopo aver sporcato di paura mezza Europa. Dopo aver aggiunto un quintale di dolore a tempi che di dolore ne hanno già abbastanza, e di paura anche.

Ma a me viene da pensare a questo ragazzo. Antonio. Alla sua faccia allegra. Faceva un lavoro, il giornalista, che a volte sembra un gioco. E forse lo viveva anche un po’ così, come una cosa bella, che mentre ti fa aprire gli occhi ti mette anche un po’ al sicuro dal male. Nel tuo profilo Facebook c’è una foto, con scritto “viva la vida”. Ecco. Non sembra giusto morire a cazzo, così per un giro della pallina mortale in una roulette maledetta, mentre avevi messo quella foto. Eri contro Salvini, a favore dell’accoglienza, a favore di un mondo ragionevole, senza fili spinati e senza muri. E io voglio che quel mondo esista, e sono con te, e magari ora qualcuno dirà pure “hai visto? Se quello lì, quello Chérif, restava al suo paese”. Sbaglierebbe due volte. Perché era nel suo paese, era cittadino di Francia. E perché secondo me c’è da lavorare per spegnere questa rabbia, per togliere ossigeno a questa rabbia, a questo senso di vendetta che cova, che esplode in modi lancinanti, tragici, devastanti, ingiusti per l’umanità intera, per la sua storia. Ma la Francia, per dire, è già in gran parte Maghreb, e da tanti anni. E allora il problema è che non si crei un grumo di odio e di morte, lì dentro, dove un ragazzo di ventinove anni può sentirsi nel giusto a prendere un’arma e sparare per poi, con ogni probabilità, morire.

Eri ironico, prendevi in giro il giornale di Trento che sparava in prima pagina uno “sfregiatore di auto” e la storia di un cane messo in prigione in un canile. Metti una foto presa in Russia, dove eri stato ospite in una televisione, e avevano scritto in cirillico “Antonio Megalizzi, dsgjrnalyst”, giornalista. Cose che fanno ridere, sentirsi per un attimo grandi, e prenderla però ancora come un gioco. Ci andavi spesso, al Parlamento europeo a Strasburgo, per la tua radio: hai le foto con Cruciani, e con Corrado Formigli. Vivevi tutto nel presente, nella tua bacheca c’è tutto il mondo di questi anni, e lo guardi tutto con ironia. Di sicuro non immaginavi di morire così, in questo modo, quando tutto doveva ancora quasi iniziare.