GENTILE, TERRANEO E QUEL DERBY DI TORINO CON REMARQUE

DI DARWIN PASTORIN

II calcio italiano, dopo l’anno senza mondiale, il secondo della sua storia (il primo fu quello in Svezia, nel 1958, vinto dal Brasile di Garrincha e Pelé), chiude il 2018 con le imbarazzanti prove delle squadre di club in Europa. Speriamo in un 2019 più felice e, per quanto riguarda gli azzurri, nel buon lavoro di Roberto Mancini.

Ma domani a Torino c’è il derby. Una stracittadina che, da tempo, ha perso il suo fascino poetico, ma che rimane sempre la sfida tra due filosofie, due culture, due modi, non solo calcistici, di agire e pensare. Intuì tutto Giovanni Arpino, che scrisse:

U”La Juventus è universale, il Torino è un dialetto. Madama è un ‘esperanto’ anche calcistico, il Toro è gergo. E qui il peso del campanile trova finalmente sfogo, piedestallo, unicità espressiva, anche se l’immagine della squadra granata è amata per quanto seminato, tanto tempo fa e in ogni luogo d’Italia, i gol e i lutti dei Valentino Mazzola e sei Maroso”.

Il derby, certo, ha scandito la mia giovinezza: in curva Filadelfia con la bandiera bianconera, anche con qualche amico granata, perché lo stadio non ribolliva di odio, ma di passioni. E lo sberleffo, per gli sconfitti, durava una settimana. Non il sordo rancore.

Ricordo, nel 1967, la sfida tra Juve e Toro pochi giorni dopo la morte di Gigi Meroni, la farfalla granata, l’ala destra che sul prato verde dribblava gli avversari e la malinconia, e le sue giocate parevano versi sciolti, ribelli e irresistibili. 4-0 per il Torino, tripletta di Combin e rete di Carelli, che scese in campo con la maglia numero 7 di Gigi. E solo le lacrime, di tutti. Poi, la prima rete nella stracittadina del mio idolo Pietro Anastasi, quasi allo scadere, 2-1 per la Vecchia Signora.

Durante la mia carriera da cronista ho conosciuto molti calciatori di Juventus e Torino, molti sono tuttora miei amici, come Leo Junior e Pablito Rossi. Come Anastasi, che è uno di famiglia. Come Giuliano Terraneo e Claudio Gentile. Il primo fu un portiere elegante, che prese il posto di Luciano Castellini, detto “giaguaro”, l’estremo difensore campione d’Italia nel 1976 in quella squadra superba allenata da Gigi Radice; il secondo è campione del mondo con l’Italia nel 1982, in Spagna, quando fermò prima Maradona e poi Zico, undici stagioni alla Juventus, tra scudetti e coppe, un difensore arcigno, che venne espulso, come ha ricordato alla trasmissione “Rabona” su Rai Tre, una sola volta e per doppia ammonizione. Giuliano, da ragazzo, scriveva poesie. Il filosofo Gianni Vattimo, dopo averle lette, ritrovò delle assonanze alla Maurizio Cucchi.

Negli Anni Ottanta, prima di un derby, regalai a Gentile e Terraneo un romanzo che mi aveva colpito, un inno al pacifismo, un urlo contro tutte le guerre, il capolavoro di Erich Maria Remarque: “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (edito a quel tempo da Mondadori e ora da Neri Pozza, sempre per la traduzione di Stefano Jacini). I due calciatori rimasero colpiti dalla vicenda prima sentimentale e poi tragica del giovane soldato tedesco Paul Bäumer, morto a pochi giorni dalla fine della Prima Guerra Mondiale in una giornata, sul fronte, di assoluta e assurda calma.

Ecco: nel giorno di Toro-Juve, di Cristiano Ronaldo contro Andrea Belotti, dei bianconeri favoriti, ma dei granata che potrebbero recuperare, come per incantamento, la grinta antica, l’epico “tremendismo”, mi piace rispolverare questo piccolo episodio. Il pallone e la letteratura che si incontrano.

E come sarebbe bello vedere, prima di ogni match, i capitani scambiarsi, oltre ai gagliardetti, i libri, e ogni stadio possedere la propria biblioteca…