ISABELLA LEARDINI. UNA PICCOLA GRANDE LEZIONE SUL FARE POESIA AI TEMPI DEL WEB

DI LUCA MARTINI

Il web, e lo sa bene chi conosce i social network, favorisce la poesia in forma di aforisma, e a questa caratteristica si adeguano le citazioni da poeti famosi (Prévert e Bukovski, per esempio). Ma in parallelo santifica i versi del primo venuto, gli sforzi lirici di un esercito di pseudo poeti autocertificati, da se stessi e dai like degli amici.
Di questa assoluta liberalizzazione della poesia, nonché delle nuove superstar mondiali del verso, i famigerati Instapoets, e di molto altro, abbiamo parlato con Isabella Leardini, quarantenne riminese, poetessa affermata – su carta, nelle collane più prestigiose, e pure in musica: ha prestato suoi versi al Vasco Brondi de Le Luci della Centrale Elettrica.
A ridosso della sua nuova raccolta, edita da Donzelli, Una stagione d’aria, Leardini ha scritto per Mondadori un libro di riflessioni in prosa, Domare il drago, forte anche delle esperienze di un lungo lavoro fatto con i più giovani.

Non sarebbe sbagliato – non fosse per la profondità e la complessità del testo, resa però in assoluta scorrevolezza – considerarlo un vero manuale per definire le sembianze di una Fenice (la poesia) e per scoprire se pure noi tra di noi, ipotetici poeti della domenica, anzi del web, dimori del talento.

Da dove nasce la tentazione di scrivere poesia. Tu costruisci un percorso iniziatico (il metodo dei 7 sì) che è adatto per tutti o solo per i ragazzi che devono scoprire se stessi?
Domare il drago è un libro in cui i ragazzi sono protagonisti, ma non è un libro per ragazzi. Le loro storie dimostrano un metodo che chiunque può sperimentare su se stesso: un metodo di conoscenza e attenzione in cui una verità sepolta inizia a prendere forma, si rivela attraverso il linguaggio della poesia. Non solo i ragazzi devono scoprire se stessi, tutti abbiamo in circolo un inchiostro fatto di cose non dette e di cose che non abbiamo voluto guardare, la poesia è lo specchio in cui tutto ciò si trasforma: è un’alchimia che porta l’inchiostro a diventare oro, tocca una materia dolorosa e la rende bellissima.
Anche se non ce ne rendiamo conto, la tentazione di scrivere poesia nasce nel momento in cui per la prima volta una parola si trasforma tra le nostre mani, mostrandosi improvvisamente misteriosa e piena. In quel momento la poesia ci appare ancora maldestra, imbarazzante e ridicola, ma ci sta chiedendo di rispondere a un desiderio di unicità: fare assomigliare il più possibile le nostre parole a ciò che anima la nostra vita.

Perché tutti pensano di saper scrivere una poesia? In fondo non tutti credono di poter costruire una seggiola.
Perché la poesia è un istinto innato del linguaggio, quasi tutti prima o poi sentono addosso questo strano cortocircuito: una parola che si riattiva e diventa immagine e ritmo. Tutti hanno provato almeno un volta lo strano respiro dell’ispirazione: qualcosa che nello stesso tempo ci appartiene e non è nostro.
Questa naturalezza della poesia si lega anche alla sua povertà: per costruire una sedia devi avere il legno, i chiodi, il martello, e se non sai come usarli – ammesso che tu riesca a costruire una brutta sedia – te ne accorgerai cadendo. Mentre per scrivere la prima maldestra poesia bastano un foglio e una penna, si inizia prima di avere gli strumenti fondamentali.
Dalla prima poesia, nata soltanto dall’istinto e da qualche inconsapevole eco, non si cade come da una brutta sedia, prevale la meraviglia di ciò che prende forma, ci rende segretamente orgogliosi. Il lavoro di chi scrive inizia dopo questo primo slancio, chi si appassiona si accorge di non saper scrivere la poesia che desidera, scopre che la sua sedia non è davvero una sedia, e così inizia a cercare il legno migliore, affina il gesto, vuole che la forma più bella sia anche la più solida.

Tu costruisci un percorso appunto. Ma tutti abbiamo un talento? Il nostro talento, dico. Sembra così. Ma poi chi giudica i risultati?
Il talento non è democratico, è una delle prime cose che dico nel libro e nei miei laboratori, sarei disonesta a non dire da subito questa scomoda verità: il talento può anche non esserci e non arrivare mai. Non credo che il talento possa essere incompreso, generalmente con tutti i suoi squilibri un grande talento quando c’è si rivela, può però essere sepolto, gesto che si paga a caro prezzo. Una cosa è certa, il talento fa soffrire chi non lo ha e anche chi lo ha. Ma il percorso che io costruisco non è rivolto solo a chi ha talento, l’obiettivo è conoscitivo: il mio libro non vuole creare poeti ma offrire a tutti lo strumento della poesia, il suo metodo di attenzione, la sua antica qualità rivelatrice. Quanto sarebbe triste se a chi è stonato fosse impedita la gioia di cantare quando è solo.

Tu quando hai sentito la chiamata? Quando la senti, nella vita di tutti i giorni?
Ho scritto la prima poesia a sette anni come se fosse la cosa più facile e normale da fare. Ho sempre scritto poche poesie diradate negli anni, ma alla fine del liceo sapevo che non avrei potuto fare altro nella vita. Una vera vocazione è come una spina in un dito, ogni giorno la poesia mi fa soffrire, sento la colpa delle poesie che non scrivo e la fame di essere riconosciuta. Solo mentre scrivo e mentre faccio laboratorio so di vivere alla giusta velocità, quando il mio dono è in azione e agisce attraverso di me.

La poesia è in qualche modo terapeutica?
Questa parola io non ho voluto usarla, non volevo dichiararla in copertina, forse è la chiave di Domare il drago, ma si dimostra da sé e accade in chi legge. In questo libro ci sono storie di ragazzi giovanissimi che fronteggiano l’ansia, la depressione, l’anoressia, il panico, l’autolesionismo; vivono nell’ombra distorta di una belva che non vogliono guardare.
Io offro un’altra belva, quella della poesia, feroce ma amica, che supera il riflesso della paura e va più a fondo. Ognuno impara a conoscerla, ad avvicinarla, a conquistare il tesoro che custodisce. Domare il drago è l’allegoria di una piccola traversata infernale, una discesa agli inferi fino al centro di se stessi, per tornare in superficie vincitori, con qualcosa che si libera nell’aria: una verità di cui andare fieri. Uno dei ragazzi protagonisti parlando del libro ai suoi coetanei ha detto: «non è un libro terapeutico, è un invito a vivere».

Per scrivere bisogna conoscere la metrica. Ovvero quell’insieme di regole… Oppure…
Per pubblicare dei libri sì, il fatto è che si possono anche conoscere tutte le regole e scrivere comunque brutte poesie, così come il vero poeta può perfino sapere qualcosa che non conosce, l’ingiustizia del talento è anche questo. Io credo nel verso, nella tradizione, nel rigore assoluto della poesia, ma sinceramente a un ragazzo non chiederei mai di leggersi tutto il dizionario di metrica e retorica prima di iniziare a scrivere quello che gli attraversa la mente. Se si scrive seriamente il desiderio di conoscere sarà una conseguenza naturale.

Che cosa pensi di fenomeni nati sul web come Atticus o Rupi Kaur? La poesia del web viene spesso usata come frasette dei Baci Perugina.
In un Bacio Perugina ti può capitare Ovidio o Shakespeare. Svuotato di ogni dramma e arrotolato in un cioccolatino Ovidio secondo me è comunque Ovidio. Quella fu una grande intuizione di marketing, molto novecentesca, e nessuno mangiando tanti Baci Perugina penserebbe di essere diventato un lettore. Meno facile è la questione degli Instapoets, un mutamento ormai inarginabile. Non si tratta più di fenomeni del web, si tratta di editoria, di titoli che ricreando un mercato e un pubblico finiscono per cambiare profondamente l’orizzonte e la percezione collettiva del genere poesia. Per la prima volta la poesia come le altre arti si trova ad avere a che fare con una forma alta ed una popolare, qualcosa a cui il nostro piccolo ecosistema letterario non era preparato. Ci sono due spostamenti fondamentali da osservare: quello che scandalizza i poeti è soprattutto l’abuso della parola poesia. «Non è poesia» ripetono, come una definizione sacra o una specie di igp letterario. Come se la poesia non fosse un’espressione artistica che al pari della musica o della pittura può avere gli esiti più disparati. Dobbiamo abituarci al fatto che la parola poesia sarà utilizzata per definire qualunque uso del linguaggio poetico/aforistico, e dovremmo preoccuparci soprattutto di indicare i grandi poeti; d’altra parte non tutti i musicisti sono chiamati compositori, non tutti coloro che dipingono sono definiti pittori.

Ti piace, ti sembra giusto?
Non dico che sia giusto, ma è la realtà di ogni arte che sopravvive anche grazie a una declinazione commerciale e amatoriale. L’altro spostamento, io credo più grave e rischioso, è il capovolgimento della percezione della poesia come genere letterario. Se fino ad ora la vulgata comune era: «la poesia è difficile, non si capisce» e la grande scommessa era sfatare questo stereotipo, oggi la percezione si è capovolta improvvisamente e può accadere che la poesia sia identificata come genere facile, accessibile perché breve, immediatamente imitabile, divertente.
La chiave del successo di alcuni autori è un meccanismo psicologico: è sentito come rassicurante, perfino gratificante, ciò che chiunque potrebbe scrivere. Se ci pensate è lo specchio di questa epoca, in cui il sogno collettivo è il fatto che chiunque possa fare qualunque cosa, non si cerca la distanza del genio ma la prossimità del fenomeno. Questo è pericoloso perché potrebbe rendere ancora più inaccessibile l’elemento misterioso e oscuro della poesia, depotenziarla irrimediabilmente, rendere invisibile la belva a chi vede soltanto gattini.

Questa attenzione per la poesia avrà anche qualche esito positivo. Non capisco se sei più apocalittica o integrata.
Sinceramente già da qualche anno guardavo la tempesta arrivare, stando con i giovanissimi me ne ero già accorta. La vedo come una grande e interessante mareggiata che non avrà necessariamente esiti negativi sul lungo periodo, ma che oggi – va detto – è una piccola catastrofe per gli equilibri della poesia contemporanea. Credo che i nomi più importanti emergeranno comunque nel tempo, come è sempre stato, ma sarà una grande selezione naturale. La poesia per ora ha resistito e si è moltiplicata anche per la sua povertà, diventare un genere commerciale rappresenterà inevitabilmente una tentazione, alcuni pur avendo gli strumenti giusti accorderanno il tiro, tenteranno di assomigliare proprio a ciò che negano, sta già succedendo. Se fossi apocalittica ti direi che questa nuova dimensione rischia di riuscire là dove neppure l’esilio sociale era riuscito, annientare definitivamente le collane storiche e precludere la possibilità di costruire un canone della poesia del nostro tempo. Se fossi integrata ti direi che qualche lettore partendo dalla poesia pop incontrata per caso sarà stimolato a leggere anche grandi autori. Ma temo di non essere né l’una né l’altra. Guardo a quello che sta succedendo come se lo guardassi dal futuro, vedo il modo in cui assomiglia al passato; e allora ti dico che non voglio stare né tra i reazionari che gridano allo scandalo, né tra i rivoluzionari che gridano al nuovo (detto tra noi non sono mai stata pienamente accolta dai primi, ma non posso permettere a me stessa di assomigliare ai secondi, e non ho paura di incontrare da vicino né gli uni né gli altri).

Qual è il punto di svolta in questo dibattito?
A un certo punto un ragazzo o una ragazza avrà addosso una lingua che arriva da lontano, sarà il cortocircuito di una musica diversa o qualcosa di innato, e senza neanche saperlo si formerà in una terra che mischia queste voci alte e basse, le incontrerà senza moda e senza scandalo, e mentre le sceglierà anche rifiutandole, tutte agiranno e nella sua voce si trasformeranno in qualcosa di potente e nuovo. Anche tra i fenomeni qualche volta si fa strada il genio. Ho descritto quello che sempre accade nella poesia quando attraverso le crisi si rinnova.
Per ora secondo me c’è un lato positivo evidente: questa attenzione è un segnale. La poesia, nella sua radice più istintiva, è come una specie resistente e tenace che si rigenera in ogni terreno, ci ha dimostrato di essere un linguaggio che risuona con il nostro tempo, una inconsapevole necessità di simboli. Il fatto stesso che la varia Mondadori decida di pubblicare anche un libro come il mio, molto meno pop di quanto possa sembrare, è segno che le persone cercano la poesia anche per un’altra funzione, non solo come letteratura o intrattenimento, ma come linguaggio del profondo.

Perché, nonostante tutti questi poeti autocertificati in giro, a parte alcuni Instapoets, la poesia resta una cenerentola nelle vendite?
Perché il mercato è veloce e ben visibile, mentre la poesia ha tempi geologici e tirature basse. Però il luogo comune «tutti scrivono e nessuno legge» mi ha sempre infastidito, lo trovo irresponsabile. Se neppure le persone che scrivono diventano lettori di poesia contemporanea, siamo noi addetti ai lavori che dobbiamo porci qualche domanda, magari abbiamo sbagliato qualcosa.

Chi faresti leggere per capire subito che cosa è la poesia. I tuoi autori.
Dante, Leopardi, Baudelaire, la Dickinson, Rilke, la Achmatova, Saba, Montale, Sereni, Caproni, Marianne Moore, Ted Hughes, potrei andare avanti così, in ordine sparso. Domare il drago è costellato di citazioni proprio per questo, al lettore volevo mettere in mano una mappa fatta di indizi da seguire, per incontrare i grandi poeti qualche volta bastano anche soltanto due versi.

Come si capisce che una poesia è brutta? Si capisce dal significato, dalle parole? Fai un identikit di una brutta poesia, se vuoi.
Una poesia è brutta quando non ha tensione, magnetismo ritmo e respiro. Difficile fare un identikit perché è qualcosa che si sente, un’elettricità meno soggettiva di quanto potrebbe sembrare. E’ brutta una poesia che si accontenta del significato e non accende la parola e il suo enigma di suono, è brutta una poesia che non ha ferita e non dice neanche involontariamente una verità. E’ brutta una poesia che parte dall’intenzione di dimostrare una tesi e si costruisce in funzione di questo, per quanto possa essere letterariamente apprezzabile sarà sempre in qualche modo fasulla e compiaciuta. E’ brutta una poesia che si concede come una scatola aperta e non come uno scrigno.

Tu hai aspettato tanto tempo tra un libro e l’altro. Non volevi sprecare parole. Anche non scrivere fa parte del mestiere del poeta.
Ho aspettato perché volevo trovare l’editore giusto, perché l’editoria è qualcosa in cui credo profondamente. Ho scritto poco più di 50 poesie in 13 anni, proprio perché scrivo poco per me ogni opera è una pietra irripetibile da mettere nel tempo, volevo trovare un editore autorevole e capace di darle una vita duratura, e forse era anche destino che incontrassi Elisa Donzelli e questo libro arrivasse a lei. La mia lotta con il silenzio non è difficile, è la regola che in questa fase della mia vita la poesia mi ha dato, sono pronta al fatto che possa cambiare. Scrivere Domare il drago ad esempio è stato come dare voce a un canto continuo.

Chi è il tuo lettore ideale.
Chiunque. Troverei miope e infantile l’idea di indicare il proprio lettore ideale, voglio essere sorpresa dai miei lettori quanto spero che loro siano sorpresi dai miei libri.

Di chi sono le parole delle poesie. Da dove nascono. Dove sono nascoste. Sono dentro o fuori di noi?
Sono dentro e fuori e sono di tutti, simboli che si risvegliano nei secoli, si presentano e prendono la parola nelle nostre vite, sono un’energia che nasce con il primo scomposto canto di magia o di preghiera, un cortocircuito del linguaggio e della mente, che è fisico ma misterioso. Una corrente a cui alcuni riescono ad accedere come a una dettatura. «E mi sovvien l’eterno,/ E le morte stagioni e la presente/ E viva e il suon di lei.» Ecco da dove vengono, Leopardi lo dice in modo perfetto.

Nella foto di gruppo, i ragazzi del laboratorio da cui è nato il libro-esperienza di Isabella.
La foto di Isabella Leardini è di Riccardo Gallini.