CHISSÀ CHE NE SARÀ DI TUTTI NOI

DI GIOVANNI BOGANI

Ripenso a te, a tutto quello che non abbiamo fatto nostro. Non abbiamo percorso l’Europa. Non siamo andati insieme in Scozia, in quelle camere di bed and breakfast che sembrano case di bambole, dove ci si sveglia felici, e di nuovo bambini. Ti sarebbe piaciuto quel cotone colorato che avvolge tutto, e ti sarebbe piaciuta quell’aria di mattini luminosi, e di vento. Ti sarebbero piaciute quelle signore antiche, non solo anziane ma antiche, che non chiudono a chiave la porta del bed and breakfast perché lì, dicono, non succede mai niente, non ruba nessuno. E quel mondo non durerà tanto a lungo. E chissà se lo vedrai.

Tutto a metà. Non ci siamo amati per davvero. Era come se fosse tutto all’inizio, e invece era alla fine. Non siamo stati felici, non te l’ho concesso.

Esco in terrazza. Si soffoca in questo tinello con vista su Retequattro.
Esco in terrazza, perché qui dentro è terra di conquista dei cattivi pensieri.
Esco in terrazza, perché dentro fa caldo, e al telefono in tv c’è Luciano Moggi, e per favore ditegli che non ci sono.
Esco in terrazza, perché non c’è nessun’anima dove andare.

Fuori fa freddo.
Fuori c’è il niente, disteso a sventolare.
Le case di fronte, e le auto parcheggiate, sotto.
E nell’asfalto nero, nel silenzio, leggo a rovescia
una scritta col gesso, a stampatello,
grande quando tutta la strada.

TI AMO
VITA MIA

Sembra scritta da un architetto, tanto è precisa.

Di sicuro l’ha scritta un ragazzo. Si è messo in mezzo alla strada, come un madonnaro. E quando passava un’auto, si è scostato, per poi ricominciare. L’avrà fatto da solo? E’ l’una di notte. Alle undici, sono ritornato io. E non c’era. Ancora non era fiorita. “Ti amo vita mia”. Dodici lettere. Io non sono mai stato capace di scriverla, una cosa così. Non sono mai stato capace di andare lì, in quel sentiero sottile, sospeso su un doppio precipizio, tra il sublime e il ridicolo.

Allora, anche in questa periferia di grugniti, di gente che parcheggia graffiando l’auto vicina senza scusarsi, in questa periferia dove scendono, alle tre di notte, ubriachi dall’auditorium, gridando “diahàne” e “diamerdo”, per far capire che loro non hanno paura di niente, in questa discesa dove alle due di notte c’è un operatore del comune che sta spazzando via le cicche e le bottiglie di birra che lasciano i ventenni impegnati e democratici che sono appena stati a sentire il gruppo ganzo, anche qui – dicevo – c’è chi ama. Con la semplicità di chi non ha altro di più forte da dire. Ti amo, vita mia.

Tra qualche giorno, o tra qualche mese, o tra qualche anno, chissà che cosa ricorderà. Chissà che cosa ricorderà, di questa notte fredda di aprile in cui ha scritto “ti amo, vita mia”. Chissà se lei ci sarà ancora. Chissà se c’è mai stata. Chissà se lei, domattina, aprendo la finestra, vedrà ancora questa scritta, o se non l’avrà cancellata il primo autobus del mattino, e poi il secondo, litania di brontolii di quintali inerpicati su per una salita, uno ogni quarto d’ora, mammut indifferenti su verso questa piccola collina sacra, alla cui sommità c’è la chiesa dei sandali e dei piedi nudi, la collina dei frati con gli abiti firmati non da Dolce & Gabbana, ma da san Francesco, design essenziale, stoffa marrone e una corda come cintura. Quando Dolce & Gabbana scopriranno anche il look francescano, sarà finita.

Ma non parlavo di questo. Parlavo di questa scritta sull’asfalto sotto casa mia, questa scritta che inaugura ufficialmente la primavera.

E mi viene da chiedermi chi sia lei. Se la scritta che le hai dedicato è un dono di gratitudine, per come ti ha saputo amare. O se non è un ultimo messaggio, un bengala sparato dal mezzo del mare dove stai per naufragare, se non è l’ultima richiesta di amore, la più grande che potevi urlare, quella che hai aspettato tanti giorni a fare, sperando che non fosse necessaria. Se questa scritta arriva dopo giorni di messaggi non risposti, dopo che sei passato e ripassato sotto casa di lei, dopo che hai sperato che almeno una sua amica ti dicesse che cosa ha in testa, perché non chiama.

O forse, volevi solo ringraziarla, per l’amore che ti ha dato, per i suoi occhi, per le sue braccia, per la sua bocca, per le sue cosce. Per quelle ore che si sono staccate dalla poltiglia del resto del tempo, il tempo normale. Per quelle ore che sono state capaci di levitare, sospese in un tempo di una qualità diversa. Per come ti è sembrato di ascoltare davvero la musica vera del vivere. Per quei momenti che ti hanno rivelato che cos’è l’armonia, e quella sensazione non te la dimenticherai più.

Poi, queste cose non ve le saprete dire. Andrete ai concerti, andrete a bere, farete ancora centocinquanta volte l’amore, o forse una soltanto, forse non sarà mai più la stessa cosa, forse lo sarà ancora molte volte. Ma non lo saprete dire, che cosa è quella sensazione di essere arrivati, di essere lì ad ascoltare il concerto delle sfere celesti, di essere arrivati in una terra promessa che non è di questo mondo. Non ve lo saprete dire. Ma ogni tanto un brillare di occhi, uno sfiorare di dita. Una risata improvvisa. E tu, tu hai cercato di dirlo, tu l’hai scritto grande, preciso, senza esitare, senza scivolare sulle ultime lettere.

Lo hai pensato, forse oggi, forse ieri. Sei arrivato con un gesso, qui all’inizio di questa salita. Hai cominciato a scrivere, su una lavagna di asfalto. Poi forse le hai mandato un messaggio sul cellulare, e hai aspettato che lei uscisse di casa, hai aspettato che si meravigliasse, per poi abbracciarla. Oppure sei andato a casa tua. E adesso, in questa notte di stelle gelide, ti stai chiedendo domattina lei che cosa farà.

Allora, anche in questa periferia c’è chi ama.

C’è una poesia, scritta forse cinquant’anni fa. Forse l’ha scritta Bassani. Non lo ricordo. L’ho letta solo una volta, al liceo. Raccontava di qualcuno che passava da una strada. E sul muro c’era scritto “Ti amo dolcissima Marg”. Il poeta – sì, forse era Bassani – aggiungeva: “Non faccio da allora che chiedermi dove vivi, dormi, mangi o ridi, dove trascini le tue gambe di imminente Margherita”. E si chiedeva dove sarà lui, “ignoto completamente al lager metropolitano. Lui ugualmente il tuo dolcissimo poeta”.

L’avevo letta una volta sola. Mi si era conficcata da qualche parte, tra lo stomaco e le dita. Ha aspettato quasi trent’anni, prima di uscire allo scoperto, in questa camera con vista sul silenzio, in questa camera con vista sull’assenzio.

Chissà dove sei, Marg.

Quanti anni avresti, ora? Cinquanta, sessanta, settanta? Chissà che ne è, di te, di chi ha scritto quella frase, degli occhi che l’hanno vista, del poeta che l’ha raccontata e l’ha fatta vivere a me, chissà che ne sarà del ragazzo che ha scritto un’ora fa, chissà che sarà di te che domattina aprirai la finestra e rimarrai ferma un istante che sembrerà infinito,

chissà che ne è di tutti quelli che scrivono frasi d’amore sui muri, sui quaderni, nel frinire di Facebook, nel volare e cadere delle parole, chissà che ne sarà di tutti quelli che l’hanno anche solo pensato, senza avere il coraggio di dirlo, e neanche di farlo capire, che ne sarà di tutto l’amore vissuto, assaporato, perduto, inseguito, atteso, desiderato, mancato.

Chissà che ne sarà di tutti noi.