ARTE KINO FESTIVAL – PITY

DI COSTANZA OGNIBENI

Regia: Babis Makridis | Grecia | 2018 | 99 min
Per vederlo: https://www.artekinofestival.com/…/pi…/by/festival-section-3

Pietà. Secondo il Garzanti la pietà è “quel sentimento di compassione, di partecipazione, suscitato dai dolori o dall’infelicità altrui”.
Un sentimento umano, in altre parole, che prevede una buona dose di empatia e solidarietà da parte di chi la sofferenza non la sta vivendo, nei confronti di chi si trova in un momento critico della propria esistenza, dovuto a un trauma, una perdita, quando non un brutto incidente. È in quei momenti che le persone si muovono in blocco per dimostrare il proprio affetto nei confronti di chi si trova in uno stato di debolezza.
Con un atto di coraggio, Makridis sviscera la questione e ne propone una messa in crisi, attraverso una pellicola che osa dove altri non arriverebbero, e mette in scena, estremizzandola, un’ipotetica conseguenza di questo sentimento di partecipazione che si manifesta, tuttavia, solo nel momento del bisogno. E lo fa attraverso un personaggio senza nome, un borghese piccolo piccolo, volendo citare i grandi classici, che per un motivo che non ci viene spiegato, all’inizio della trama si ritrova con una moglie in coma e un figlio di circa dieci anni al seguito. Desta pietà, la condizione del povero padre di famiglia, con una moglie a un passo dalla morte e un bambino da crescere. Desta pietà nell’animo della premurosa vicina, che si affretta a preparare ogni giorno deliziose torte da consumare a colazione. Desta pietà nell’animo dell’impiegato della tintoria che chiede continuamente notizie della moglie. E poi nella segretaria, che lo abbraccia a ogni congedo esprimendo tutto il suo affetto. Il mondo ruota intorno a questo borghese, che continueremo a chiamare piccolo piccolo per quanto ne conseguirà, figlio e vittima di una cultura, di un pensiero che fa ammalare e disumanizza allo stesso tempo. Un pensiero basato su un fondo di indifferenza, secondo cui quell’affetto, quella cura e quell’attenzione nel coltivare i rapporti emergono solo nei momenti di emergenza, per poi tornare a una normalità basata sull’indifferenza nel momento in cui il pericolo rientra. E così sarà per il povero piccolo borghese, il cui risveglio della moglie dal coma verrà da lui vissuto, se vogliamo, in modo ancora più traumatico dell’incidente stesso. Perché sarà il momento in cui non conterà più per nessuno, sarà il momento in cui i normali che lo circondano torneranno alla loro normalità e allora occorrerà inventare una nuova storia, una nuova tragedia, un nuovo modo di star male per tornare al centro dell’attenzione. Perché è vero che c’è chi del malessere fa la propria identità, e vede irrealizzabile la possibilità di star bene perché a quel punto non si sentirebbe più nessuno. Questa l’indole del nostro pusillanime protagonista, che cercherà in tutti i modi altre soluzioni per fare pena alla gente, per ricevere quel tanto di attenzione che aveva ricevuto nel momento della tragedia, e che avrebbe continuato a ricevere se questa dannata moglie – diventata a questo punto oggetto di odio – non si fosse ripresa.
Un comportamento esecrabile, non c’è che dire. Ma vedendo come si muovono i personaggi intorno a lui, non possiamo fare a meno di riflettere. Riflettere sul perché un uomo arrivi a un tale livello di delirio, riflettere sul perché continui a reclamare quelle attenzioni nonostante il dramma sia apparentemente finito. Una ribellione fatta male, disumana a modo suo, ma attraverso questo ignobile personaggio, Makridis cerca di dirci qualcosa. Ci parla di cultura della sofferenza, ci parla di un uomo talmente assuefatto a uno stato di infelicità, da non riuscire nemmeno lontanamente a ipotizzare una vita felice. E inventa le scuse per star male, per dire che le cose non possono andare bene, che non è possibile gioire e realizzarsi perché la vita deve essere sofferenza.
Ma, volendo andare oltre la trama, a tratti esasperata, non è forse questa la parabola della nostra quotidianità? Di tutte quelle volte che qualcosa ci sembra talmente bello che abbiamo paura di perderlo? E sembra quasi che inconsciamente agiamo per far sì che la tragedia accada. Per poi dire che avevamo ragione, che essere felici non è di questo mondo.
Sperimenta, il nostro miserevole protagonista, e nella sua ricerca di modi per star male ignora la moglie, ignora il figlio, simulando quella stessa indifferenza che attribuisce al prossimo reclamando un po’ di attenzione. E si identifica. In una società dei normali, in una società dove l’unico sentimento umano rimasto è un po’ di carità cristiana verso chi sta male. Una forma di violenza che si traduce nel far sparire il prossimo nel momento in cui la carità cristiana non è più chiamata in causa. Una forma di violenza perpetrata da sicari che nella loro normalità fanno ammalare gli altri che altro non fanno che realizzare fisicamente quanto essi fanno quotidianamente in modo meno esplicito.
“Pity” è un’altra perla dell’Arte Kino Festival, una pellicola che, attraverso un’impeccabile scenografia e una regia alquanto statica, rappresenta l’immobilità dell’ambiente in cui si muove il protagonista, trasmettendoci quel senso di soffocamento che lo porta man mano a impazzire, trascinandoci in quel tunnel dal quale non troverà ritorno, e rendendoci partecipi, attraverso testi scritti su uno sfondo nero che si intervallano nel corso della pellicola, dei suoi pensieri, sempre più deliranti, sempre più incomprensibili, ma che a modo loro seguono un filo logico, basato, tuttavia, su una totale perdita di rapporto con la realtà.