ROMA DI CUARON: CAPOLAVORO O NO?

DI ALBERTO CRESPI

ATTENZIONE: POST ANTIPATICO.

Con queste righe mi farò dei nemici. Pazienza. Scagliamoci ogni tanto contro l’ipocrisia di Facebook, per il quale siamo tutti amici. Ma amici de che?

Ho visto “Roma”. Su Netflix. A Venezia, per motivi di sovrapposizione con altri impegni, non avevo potuto vederlo. Sono felicissimo di averlo visto su Netflix, anche se naturalmente ho il più profondo rispetto per coloro che sono andati a vederlo al cinema nei giorni scorsi. Ho una posizione totalmente laica sui film visti sulle piattaforme: sono felice che venga data l’opportunità di vederli anche in sala (soprattutto quando, come nel caso di “Roma”, sono solo distribuiti – non prodotti – da Netflix) ma trovo preistoriche le reprimende cinefile di chi ti dice “se non lo vedi in sala non l’hai visto”. Ma per cortesia. Chi ha meno di 60-70 anni (e quindi non ha vissuto l’epoca dei cineclub) ha visto in dvd o su YouTube l’intera storia del cinema, e ha tutto il diritto di parlarne. In più, sono d’accordo con Maria Rosa Mancuso che oggi sul “Foglio” scrive di aver rivisto “Roma” su un tablet trovandolo bello esattamente come a Venezia. Io ho fatto una cosa a metà (l’ho visto da Netflix, ma su uno schermo casalingo grande più o meno come quello, per dire, dell’Intrastevere di Roma) e sto benissimo così.

Questa la premessa teorica. Poi c’è il film.

La “nouvelle vague” critica che va di moda qui su Facebook non conosce sfumature: o ciofeca o capolavoro, nel mezzo non c’è nulla. Non ci casco: ne ho viste troppe, in vita mia, per non sapere che nel mezzo c’è quasi tutta la storia del cinema, che i capolavori sono rari e le ciofeche sono molto più numerose ma spesso nessuno le ha davvero viste. “Roma” è un ottimo film, con svariati pregi, ma non è un capolavoro, perché ha anche dei difetti. Piuttosto, ho trovato eccessivi i paragoni con film quali “Amarcord” di Fellini e “La regola del gioco” di Renoir (quest’ultimo, sì, un capolavoro). Certo, “Roma” lavora sulla memoria personale come “Amarcord”, ma ci sono differenze abissali fra i due film. In primis nel ritmo: “Roma” è tutto costruito sui tempi morti e sulle divagazioni, “Amarcord” è un film nel quale succedono decine e decine di cose in ogni sequenza, con una miriade di personaggi che raccontano veramente un mondo – mentre in “Roma” i personaggi alla fin fine sono pochi, e si resta quasi esclusivamente all’interno della famiglia. E ancora, soprattutto, nel tono: “Amarcord” è, spesso, fragorosamente divertente (è forse il film più “comico” di Fellini) mentre “Roma” è melanconico tendente al tragico. In quanto a Renoir, lascerei veramente perdere: “La regola del gioco” è un ferocissimo e radicale pamphlet politico, “Roma” fa di tanto in tanto emergere la politica sullo sfondo ma non è quello il tema centrale del film.

“Roma” ha alcune sequenze veramente formidabili. Una è quella a cui si riferisce la foto che ho volutamente postato. Tutta la parte su Fermin, il bastardo che mette incinta Cloe, è l’unica veramente “sociale” del film e sfocia nella notevole scena della repressione poliziesca della manifestazione, dove Cuaron si rifà alle sequenze belliche di “I figli degli uomini”. Nel complesso, ripeto, è un film importante e sentito, nel quale Cuaron ha messo tutta la propria – si potrà dire? – “messicanità”. Ma, ripeto, ha anche dei difetti che nessuno sembra voler vedere. I principali, secondo me, sono tre.

1) i suddetti tempi morti. Ci sono sequenze di pura calligrafia, che non portano minimamente avanti la storia né creano chissà quale atmosfera. Nel film comincia a succedere qualcosa dopo circa 40 minuti (ho guardato l’orologio).
2) la fotografia, dello stesso Cuaron, non è affatto stupenda come mi è capitato di leggere. E’ molto bella in certi interni, e in genere nelle scene ambientate nella grande casa di famiglia; è spesso “sparata” ed esageratamente luminosa negli esterni, o negli interni autentici come l’ospedale. Avendo letto come Cuaron ha lavorato – in regime di continua improvvisazione – si può capire che difficilmente un direttore della fotografia professionista l’avrebbe seguito in una simile avventura, però la scelta di non ingaggiarne uno suona lievemente presuntuosa, e la mancanza di un Lubezki (per dirne uno, non malvagio, con cui Cuaron ha lavorato più volte) si sente.
3) forse sempre per il suddetto motivo, la scelta di lavorare sostanzialmente senza copione (o comunque con un copione che era solo nella testa del regista), molti personaggi non sono sviluppati, a cominciare dai bambini. Sono indistinguibili, non hanno profondità. L’unico vero grande personaggio è ovviamente Cleo, e un Oscar a questa attrice sarebbe stra-meritato.

E poi, per rendermi definitivamente odioso, mi prendo i miei dieci minuti del pedante. Solo a me sono sembrate decisamente troppe le merde di cane che Cleo è costretta a spazzare dal cortile? Va bene sottolineare l’umiliazione a cui è costretta, ma quanto caga ‘sto cane (o, forse, da quanto tempo non la portano via)? E solo io ho notato che a un certo punto Cleo ha un pancione enorme (nella scena, per altro incomprensibile, in cui percorrono un campo fuori città), poi nella scena successiva non l’ha più (quando accompagna i ragazzi al cinema) e poi, dopo che io ho passato cinque minuti buoni a chiedermi se avesse partorito, ce l’ha di nuovo (quando va a cercare Fermin al campo paramilitare) ma meno pronunciato di prima?

“Roma” vincerà premi su premi, sta piacendo a tutti, è un capolavoro per un sacco di gente. Ma a me va benissimo, per una volta, di essere parte di una minoranza ormai infima: quella che prima di gridare al capolavoro si fa delle domande. E poi, magari, sbaglia le risposte.

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