LA GUERRA FREDDA COME METAFORA DI UN AMORE (1949-1964) “COLD WAR”, RITORNA IL POLACCO PAWLIKOWSKI DI “IDA”

DI MICHELE ANSELMI

Dubito, francamente, che Pawel Pawlikowski, già regista dello straordinario “Ida”, abbia pensato a “La La Land” nello scrivere e girare “Cold War”, in sala da giovedì 20 dicembre con Lucky Red. Non che il malinconico musical di Damiel Chazelle fosse brutto, tutt’altro, ma il paragone, suggerito da uno strillo pubblicitario, mi pare abbastanza fragile, al di là del collante musicale e di qualche torsione drammatica.
Il 61enne cineasta polacco infatti parte da un’angolatura fortemente autobiografica, il racconto del tribolato rapporto coniugale dei suoi genitori, morti nel 1989, subito prima della caduta del Muro, per ricostruire, attraverso ellissi e zompi temporali, un altro “amore impossibile”, sullo sfondo della cosiddetta Guerra Fredda evocata dal titolo inglese.
Ma vedendo il film capiremo presto che in conflitto in questione non riguarda soltanto lo scontro epocale tra Est e Ovest dopo la Seconda guerra mondiale, bensì le dinamiche di quel legame intenso e capriccioso allo stesso tempo, destinato a rinnovarsi e ogni volta a dannarsi. Il tutto tra il 1949 e il 1964, con un epilogo vagamente misterioso, quasi blues, da “crocicchio del diavolo” di Robert Johnson, con Zula che sospira al suo Wiktor, alzandosi da una panchina: “Vieni dall’altra parte, sarà una vita migliore”.
Chi sono Zula e Wiktor? Lei è una tentatrice nata, una ragazza bionda e formosa, che si fa passare per contadina ruspante al fine di entrare nell’ambito gruppo folcloristico Mazowsze dopo essere stata in carcere per aver accoltellato il padre: “Mi confondeva con mia madre” dice. Lui è un jazzista colto e raffinato, che forse ha studiato in Francia, parla le lingue e ora, in giro per la Polonia con la direttrice ed etnomusicologa della compagnia, Irena, registra arie tradizionali e seleziona nuovi talenti.
Il film, avrete capito, è la cronaca del loro amore: tumultuoso, sessualmente intenso, spesso disastrato, certo esposto al contesto storico nel quale si sviluppa. Perché Zula, presto ascesa a vedette del gruppo, non vive come una gabbia il “socialismo reale” nel quale si muove; mentre Wiktor, allergico ai diktat pure musicali che vengono dai funzionari filo-sovietici, preferisce scappare a Parigi per suonare il suo jazz.
Polonia, Yugoslavia, Parigi, ancora Polonia: queste le tappa della cine-rapsodia sentimentale, e non sarà un caso se il regista cita spesso “Porgy and Bess” di George Gershwin, a evocare la temperatura erotica di quel rapporto mai quieto, in pace con se stesso. Perché Zula è sfuggente, malmostosa, anche sventata, oltre che traditrice e inafferrabile, in fondo è lei la vera “esistenzialista” dallo charme slavo; mentre Wiktor, ogni volta devastato dagli umori della donna per la quale s’è sacrificato, facendole pure incidere un disco jazz che lei peraltro disdegna, sembra irretito da quell’amore, disperato al punto da…
Girato come “Ida” in bianco e nero, in un formato quasi quadrato (tecnicamente 1:1.33), “Cold War” non custodisce la compattezza stilistica e la profondità morale di “Ida”, e tuttavia colpisce per il senso di malinconica ineluttabilità che l’attraversa, per la riflessione sui temi della Patria e dell’esilio, specialmente per l’atmosfera che restituisce accuratamente, senza intonazioni nostalgiche o demonizzazioni ideologiche, semplicemente mostrando quei due amanti, avvinti e distanti, avviati verso una triste parabola discendente.
Trapunto di citazioni musicali, da “Rock Around the Clock” a “24 mila baci”, da “Love for Sale” a “I Love You”, più dense arie polacche tradizionali e un pizzico di Bach, il film è racchiuso nella durata aurea di 90 minuti. L’andamento a suo modo è circolare: infatti si comincia tra le macerie di una chiesa ortodossa e lì si tornerà tre lustri dopo, quando l’amore avrà infinite volte consumato e redento i due protagonisti. Che sono mirabilmente incarnati da Tomasz Kot e Joanna Kulig: lui elegante e meditabondo anche nella sua vita bohémienne a Parigi, lei sempre inaffidabile e seduttiva, come una specie di Marilyn dell’Est.