GIOVANNI VERONESI TORNA BAMBINO 20 ANNI DOPO “IL MIO WEST”

DI MICHELE ANSELMI

Michele Anselmi per Cinemonitor
C’è pure il nome di Marco Giusti in una delle croci piantate nel cimitero che appare nel finale di “Moschettieri del re”; un po’ come fece Tinto Brass, mi pare, con Tullio Kezich e Callisto Cosulich. Un giochino naturalmente, forse una frecciatina. Ma non credo che Giovanni Veronesi, pratese leale e sarcastico, abbia particolari motivi di risentimento nei confronti del critico stracult. Del resto tutto il film, che esce subito dopo Natale, il 27 dicembre, targato Vision Distribution, si diverte a mischiare le carte all’insegna del divertimento fantastico, tra cinefilo e infantile.
Qualcosa del genere Veronesi aveva già fatto nel 1998 con “Il mio West”, costruito addosso al debole Leonardo Pieraccioni, benché fossero della partita due star come David Bowie e Harvey Keitel; vent’anni dopo, per restare a Dumas, eccolo invece misurarsi col mito dei “Tre moschettieri”, che poi sono quattro. Lo sguardo è nostalgico, anche buffo, dialettale, a volte si ha la sensazione di assistere più a una parodia del Quartetto Cetra o del Trio che ai recenti tentativi di risuolare la leggenda. Nel 2011, ad esempio, ci provò Paul W.S. Anderson con “I tre moschettieri” in chiave fantasy.
Veronesi non fa nemmeno il Bertrand Tavernier dell’apocrifo “La figlia di D’Artagnan”. Lui mischia e inventa, partendo dall’idea di rendere i quattro moschettieri dei supereroi ante-litteram, con un occhio a 007 (c’è una specie di “mister Q” addetto alla dotazione), un altro ai film umoristici di cappa e spada girati da Richard Lester, più strizzatine d’occhio musicali in libertà: da “Prisencolinensinainciusol” di Celentano a “Moschettieri al chiaro di luna” di Paolo Conte.
Vai a sapere se il riferimento ai poveri ugonotti perseguitati dal sadico e ambiguo cardinal Mazzarino abbia qualcosa a che fare con i migranti del mare oggi demonizzati dal ministro Salvini o con le nuove “guerre di religione”; ma certo tutto fa brodo in questa reinvenzione che culmina “in un colpo di scena destinato a capovolgere la prospettiva” (Veronesi dixit).
Chi ha visto il trailer, avrà capito il tono generale. Siamo “suppergiù” nel 1650, in una Francia dai colori e paesaggi lucani: la regina Anna d’Austria governa nell’attesa che il brufoloso figlio quindicenne salga al trono col nome di Luigi XIV e c’è di nuovo lavoro per i leggendari quattro moschettieri. Ma non sarà facile, per la sovrana, rimetterli insieme. D’Artagnan alleva maiali e s’è messo a parlare con un improbabile accento francese; Athos, malato di sifilide e bisessuale, aspetta la fine nel suo malandato castello; Aramis s’è chiuso in convento dopo aver “incontrato Dio”, anche per salvarsi dai debiti; Porthos ha perso 38 chili e ora è un barbone con la mente offuscata da una bevanda a base di laudano (però l’accento andrebbe sulla prima a, non sulla seconda, come invece sentiamo, forse per scelta del regista).
Un classico sin dai tempi dei “Blues Brothers”, ma succedeva anche in “La maschera di ferro”: di nuovo in sella con spada, cappello e mantello, i quattro si preparano alla loro ultima missione, che nel sottotitolo del film però diventa ironicamente “la penultima” (non si sa mai).
Il tono tra epico e goliardico rimanda a volte al Monicelli di “L’armata Brancaleone”, ma dentro un retrogusto funereo, un po’ “reducista”, dove i personaggi soffrono di emorroidi e il povero scudiero, essendo muto, sopporta ogni sofferenza senza gridare (ricordarsi del contadino trafitto dalle lance di “La notte di San Lorenzo”).
Non saprei dire se l’operazione, finanziata da Indiana e Sky, funzionerà sul piano degli incassi natalizi. Vedremo. Le scene d’azione risultano poco convincenti e qualche sforbiciata avrebbe giovato. Certo Veronesi ha chiamato attorno a sé gli amici di sempre per sentirsi al sicuro. E così ecco Favino-D’Artagnan (il più mattatore), Papaleo-Athos, Rubini-Aramis, Mastandrea-Porthos, più Margherita Buy, Alessandro Haber, Giulia Bevilacqua, Lele Vannoli, Matilde Gioli, rispettivamente nei ruoli della regina, di Mazzarino, di Milady, del servo, dell’ancella.
La battuta migliore? “Sarò agnolotto fino alla morte” sussurra fieramente il pasticcione D’Artagnan, fingendosi ugolotto sul patibolo.