LA GUERRA SPORCA AL TERRORISMO

DI ALBERTO NEGRI

La guerra al terrorismo, da sempre assai ambigua, diventa una guerra sporca che consegnerà altra destabilizzazione e terrore negli anni a venire. Non si tratta solo dei gruppi jihadisti ma di un terrorismo di stato che da individuare è assai più evidente di ogni cellula clandestina.Perché fa parte della politica estera di Paesi alleati come l’Arabia Saudita e la Turchia.

La guerra al terrorismo, da sempre assai ambigua, diventa una guerra sporca che consegnerà altra destabilizzazione e terrore negli anni a venire. Non si tratta solo dei gruppi jihadisti ma di un terrorismo di stato che da individuare è assai più evidente di ogni cellula clandestina.Perché fa parte della politica estera di Paesi alleati come l’Arabia Saudita e la Turchia.

Lo ha intuito persino il Senato americano che ha recentemente invitato il presidente Donald Trump a sospendere il sostegno militare all’Arabia saudita uno degli stati che più hanno contribuito nei decenni a finanziare e ispirare il jihadismo, responsabile della morte di migliaia di civili in Yemen oltre che mandante, con il principe Mohammed bin Salman, dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi.

In Arabia Saudita la coalizione guidata da Riad utilizza le brigate di Al Qaeda per combattere contro gli Houthi, i ribelli sciiti zayditi sostenuti dall’Iran.
Dopo avere combattuto con i droni, i raid aerei e le operazioni speciali l’Aqap – Al Qaeda nella Penisola Arabica – gli Stati Uniti hanno lasciato che Riad e gli Emirati arabi uniti reclutassero i qaidisti nelle milizie di mercenari che combattono nel Sud dello Yemen, a Taiz e nel porto di Hodeida.

Distinguere i combattenti di Al Qaeda dagli altri è quasi impossibile, come sosteneva una lunga inchiesta di qualche tempo fa dell’Associated Press.

Non sono metodi nuovi in Yemen. Il defunto ex presidente Abdullah Saleh, foraggiato da Riad e dagli Usa, usava i nemici degli americani per combattere i “suoi” nemici. Mentre i sauditi, come vidi già nel 2008 nel Nord dello Yemen, pagavano i soldati yemeniti per dare la caccia gli Houthi: questa guerra, cui l’Italia fornisce il suo contributo di bombe con la tedesca Rvm in Sardegna, era cominciata molto prima del 2015. Certo è difficile spiegare all’opinione pubblica che gli Usa sono oggettivamente alleati non solo dei sauditi ma anche di Al Qaeda contro cui mosse guerra in Afghanistan oltre 17 anni fa dopo l’11 settembre.

In poche parole l’Occidente, che conta sull’Arabia saudita come il suo maggiore cliente di armamenti, fa la guerra agli sciiti Houthi usando terroristi e mercenari.

Lo fa indirettamente anche la Francia di Macron, di nuovo recentemente colpita dal terrorismo, che ha con
Riad 14 miliardi di commesse militari.

Nel Nord della Siria accade anche di peggio perché abbiamo celebrato con abbondanza di retorica la lotta dei curdi contro il Califfato lasciando che la Turchia di Erdogan li massacrasse a suo piacimento mentre continua a proteggere i jihadisti arroccati a Idlib. Per la verità accadeva sin dall’inizio: quando il primo ottobre del 2014 entrai a Kobane, allora in mano per il 70% all’Isis, dall’altra parte del confine Erdogan bastonava i volontari curdi a Suruc senza che qui nessuno dicesse una parola.

La Siria oggi è un intreccio di alleanze contraddittorie. A Ovest dell’Eufrate i curdi di Afrin, scacciati dalla Turchia, erano protetti dalla Russia di Putin che li ha abbandonati. I curdi a Est dell’Eufrate e a Manbij sono per il momento protetti dalla colazione guidata dagli Stati Uniti e dalla Francia che li hanno usati contro l’Isis. Ma fino a quando?

Trump ha promesso alla Turchia che le milizie curde dell’Ypg – le forze del Rojava siriano – verranno trasferite a est del fiume Eufrate. Così almeno afferma Erdogan, ribadendo che è pronto «in qualunque momento» a un’operazione militare lungo 500 chilometri di frontiera. «Se non se ne vanno – ha minacciato il presidente turco – li manderemo via noi perché quel corridoio del terrore ci preoccupa». Un chiaro riferimento oltre alla Federazione democratica del Rojava anche al Pkk, arroccato sulle montagne irachene di Qandil, che pur essendo classificato dai turchi come gruppo terrorista e con taglie americane sula testa dei capi, è stato tra i primi a intervenire contro l’Isis e a proteggere gli yezidi quando il Califfato nel 2014 è arrivato a Makmur, 40 minuti di auto da Erbil, mentre i peshmerga di Massud Barzani avevano già mollato il fucile alle ortiche.

Ma queste sono cose fastidiose da ricordare e che si dimenticano presto, assegnando un bel Nobel per la pace alla yezida Nadia Murad e lavandoci le coscienze.

Troppo difficile fare la guerra al terrorismo senza sporcarsi le mani? Forse. Ma alleati come i turchi e i sauditi sono proprio coloro che hanno alimentato il terrore per i loro giochi di potere che facevano comodo anche all’Occidente. Inoltre, per non farci mancare nulla, il ministro e vicepremier Salvini, ha recentemente definito terroristi gli Hezbollah – con cui convivono le nostre truppe dell’Unifil in Libano – aderendo alla visione israeliana del mondo. Sarà così anche Tel Aviv a decidere un altro capitolo della guerra al «terrorismo». La manipolazione sta raggiungendo livelli insopportabili. Ma chi va con lo zoppo, diceva un vecchio proverbio, impara a zoppicare.

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