NEL MONDO DI GUERRA E PACE

DI ALBERTO CRESPI

Emanuela Guercetti è una delle più brave traduttrici dal russo. Quando ho letto sul “Venerdì” di Repubblica che Einaudi stava per pubblicare una sua nuova traduzione di “Guerra e pace”, ho preso una decisione per me epocale: per la terza volta in vita mia avrei tentato di leggere il romanzo kolossal di Lev Tolstoj. E stavolta ce la farò!

La prima volta che ho preso in mano “Guerra e pace” è stato all’università, quando dovevo sostenere l’esame di Lingua e Letteratura Russa II con il grande Fausto Malcovati. Tra le letture, bisognava portare uno dei due kolossal (e ridaje) di Tolstoj. Li iniziai entrambi e decisi che avrei letto “Anna Karenina”. L’incipit fu decisivo, lo ammetto (e fra poco ci ritorno). Ma la verità è che a 22-23 anni Tolstoj non mi piaceva. Sempre grazie al professor Malcovati l’anno prima, per Lingua e Letteratura Russa I, mi ero letto tutto Dostoevskij ed ero impazzito. Dirò, en passant, che tutti i capolavori di Dostoevskij li ho riletti diverse volte, sempre con un piacere e un’emozione assoluti. Per me è lo scrittore della vita, assieme ad Ariosto, a Stevenson, a Melville e a pochi altri.

La seconda volta ci riprovai intorno ai 40 anni. Mi fermai dopo due capitoli. Confesso: non riuscivo ad andare oltre i lunghi dialoghi in francese. Capisco il francese, o comunque lo capisco abbastanza per leggere il francese di Tolstoj: ma è una lingua che non amo e l’idea di doverla leggere in un romanzo russo mi faceva incazzare. E comunque la lunga scena iniziale mi sembrava pallosissima. Non capivo una mazza. Succede.

Ora ho 61 anni e, chissà, forse è questa l’età giusta per entrare nel mondo di “Guerra e pace”. Esistono romanzi che, letti nel momento sbagliato, possono far male. Ho sempre pensato, ad esempio, che “L’idiota” si debba leggere intorno ai 20 anni e che “Il signore degli anelli” non sia un libro per bambini. Io, ad esempio, ho letto i primi cinque volumi della “Recherche” di Proust a 18 anni. I primi due mi piacquero enormemente, perché l’età del narratore più o meno coincideva con la mia. Il terzo fu una sorta di scalata dell’Everest, il quarto e il quinto li lessi per forza, annoiandomi a morte. Poi mi arenai. Intorno ai trent’anni decisi che solo un coglione poteva mollare una simile impresa con soli due volumi (per altro i più brevi) ancora da leggere. Ripartii, e feci bene, perché l’ultimo – “Il tempo ritrovato” – è forse il più bello, e comunque quello che tira le fila e ti fa capire tutto il progetto. Ecco, forse la “Recherche” è da leggere a tappe nella vita, facendo coincidere il tempo della crescita con il tempo della narrazione.

Dicevo dell’incipit. “Anna Karenina” ha uno degli attacchi più belli di tutta la storia della letteratura, forse il più bello. “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. C’è una tale, profonda verità al tempo stesso nascosta dietro le parole (che dicono l’esatto opposto dell’inizio: le famiglie felici non esistono…) e lampante alla coscienza… ma c’è anche un tono aforistico quasi sbarazzino… non so, ti conquista subito. “Guerra e pace” invece comincia con una frase in francese che lì per lì ti spiazza completamente: “Eh bien, mon cher prince. Gênes et Lucques ne sont plus que des apanages, delle proprietà, de la famille Buonaparte”. Che cavolo c’entrano Genova e Lucca? In realtà me lo sto chiedendo ancora, perché Tolstoj abbia deciso di cominciare così, mettendo in bocca frasi francofone a un personaggio in fondo secondario (ma quando entra in scena Napoleone sono sicuro che lo capirò). Scommetto che oggi, per come funziona la letteratura, se un redattore di una casa editrice ricevesse il manoscritto (anzi, il file) di “Guerra e pace” direbbe subito a Tolstoj: 1) bisogna tagliare almeno 2-300 pagine; 2) ‘sti dialoghi francesi, sono proprio indispensabili? 3) la scena iniziale del ricevimento va sfrondata, bisogna andare subito sul personaggio di Pierre; 4) ma non sarebbe più bello e più giusto cominciare dalla seconda parte, con l’esercito russo che arriva in Austria?

Per fortuna è esistito l’Ottocento! Stavolta ho avuto la forza di andare avanti e posso dirlo: lo finirò, “Guerra e pace”! Ci sono cascato dentro e mi sembra meraviglioso. Non riesco a smettere. L’inizio della guerra, con l’esercito russo costretto prima a mettersi in divisa da parata, poi a ri-indossare l’uniforme da marcia per far contento il generale Kutuzov, mi ha ricordato “La grande guerra” di Monicelli – ed è praticamente certo che Monicelli avesse letto Tolstoj. Ma la verità è che – altro che palloso! – Tolstoj fa succedere qualcosa ad ogni riga, aggiunge dettagli, regala riflessioni folgoranti e modernissime. Che mente! E ti regala addirittura, a te che non sei russo, la chiave per entrare in quel mondo. Eccola, nella scena del dottor Lorrain al capezzale del principe Bezuchov: “Il dottore francese … stava appoggiato a una colonna senza la candela accesa, in quell’atteggiamento rispettoso con cui lo straniero nonostante la differenza di fede mostra di comprendere e addirittura di approvare tutto il significato del rito che si sta celebrando”. Così mi sono sentito io, tanti anni fa a Mosca, quando una giovane interprete con la quale stavo lavorando mi chiese di accompagnarla a una messa ortodossa. Così mi sentii, a “передать”, a passare le candele che durante la funzione le vecchiette facevano arrivare, di mano in mano, verso l’Iconostasi.

Tolstoj oggi, nel 2018, mi fa capire quello che ero io, italiano a Mosca, negli anni ’80. Quasi un miracolo.

P.S. Non mi sono mai piaciuti molto, i vari film ispirati a “Guerra e pace”, e temo che questo abbia influito. Ma la verità è che un film, da un libro simile, non si può fare. Oggi, prima o poi, qualcuno ci farà una serie in 20 stagioni e 200 puntate.