CAPRI 1914 COME ANTIPASTO DEL SESSANTOTTO FRICCHETTONE? MARTONE CHIUDE LA TRILOGIA STORICA OMAGGIANDO BEUYS

DI MICHELE  ANSELMI

 

All’inizio doveva chiamarsi “Capri-Batterie” il nuovo film di Mario Martone, in omaggio alle famose lampadine “alimentate” a limoni inventate nel 1985 dallo scomparso Joseph Beuys, che a Capri visse qualche tempo, già ammalato. Quelle flebili lampadine appaiono a un certo punto in una scena del film, ambientato nel 1914, non in forma di installazione artistica ma come concreta utopia energetica, e di sicuro non sarà un caso se a maneggiarle è una specie di guru proto-hippy che si chiama Seybu, ossia un anagramma possibile di Beuys.
Martone è fatto così: gli piace citare e mischiare le cose con erudita strizzatina d’occhio; infatti, se non bastasse, il medesimo Seybu allude direttamente a un curioso artista tedesco che visse davvero da quelle parti, tal Karl Wilhelm Diefenbach, anche se morì nel 1913, cioè un anno prima della storia immaginata dal film.
Pacifista, vegetariano, nudista, pittore, “teosofico” e poligamo accanito, oltre che riconosciuto “Maestro”, Diefenbach guidò anche una comunità di disinibiti giovanotti, maschi e femmine, nordeuropei, molto in anticipo sui tempi; e proprio da lì parte “Capri-Revolution”, facendo dell’isola una sorta di magnete irresistibile per chiunque coltivasse ideali di libertà e giustizia (c’erano pure, in buon numero, i futuri rivoluzionari russi).
Il 1914, avrete capito, non è scelto a caso: sta per scoppiare la Prima guerra mondiale, e “su quella montagna dolomitica precipitata nelle acque del Mediterraneo” (Martone dixit), la vita non è uguale per tutti, nonostante l’arrivo dell’energia elettrica.
La fiera pastorella Lucia pascola tra i dirupi sul mare le sue capre nere mentre il padre sta morendo, la madre non fiata e i due fratelli cercano di darla in sposa a un facoltoso vecchio del posto. Dalla terra ferma è arrivato il giovane medico Carlo, socialista, positivista e interventista, non insensibile alla bellezza ruvida di Lucia, che vorrebbe avviare a un lavoro da infermiera. E intanto gli adepti della Comune, irrisi e temuti dagli autoctoni, ballano nudi al vento, si cibano solo di frutta e verdura, girano scalzi vestiti di bianco, compongono “world music” ante-litteram, praticano una specie di psicoanalisi e ogni tanto si lasciano andare ad accoppiamenti dionisiaci. Sotto la guida, appunto, del cristologico Seybu.
S’intende che Lucia si fa catturare da quel mondo così diverso da suo, ne condivide lo spirito ribelle e utopistico, impara qualche parola d’inglese, ribattendo a chi parla della comunità come di “diavoli maledetti”; mentre il dottore, pronto ad arruolarsi per combattere gli austro-ungarici, si confronta volentieri con il guru capellone sui temi della guerra, della scienza, del progresso, del profitto capitalistico, eccetera.
Schematizzando un po’, mi pare di poter dire che Lucia è il popolo che prova compassione e si emancipa sottraendosi all’utopia isolana, Seybu è l’hippie in odore di Sessantotto con mezzo secolo d’anticipo, Carlo il futuro Pci o una sinistra di forte connotazione schematica. Per sapere come vanno a finire le cose tra i tre bisogna naturalmente vedere il film, nelle sale da giovedì 20 dicembre con 01-Distribution dopo l’anteprima in concorso alla Mostra di Venezia (producono Raicinema, Indigo e Pathé). Ma forse è chiaro sin da subito per chi tiene il regista.
Martone ha spiegato che “Capri-Revolution” rappresenta la chiusura di un’ideale trilogia storica cominciata con “Noi credevamo” e proseguita con “Il giovane favoloso”. Magari è così, e certo il film, scritto dallo stesso regista con Ippolita di Majo, si presta a più letture. Martone sembra dirci, infatti, che le diverse opzioni ideologiche esposte dal racconto, se incapaci di confrontarsi e integrarsi, sono destinate al fallimento, anzi a una sorta di inaridimento.
Poi c’è l’aspetto formale, sempre molto accurato, anche nella reinvenzione estetica degli abiti e delle acconciature o nell’uso delle musiche di gusto moderno. Così, tra una citazione di Fabrizia Ramondino e l’esplicito omaggio alle “batterie” di Beuys, il regista lega passato e presente senza stridori, magari con qualche sottolineatura di troppo nei dialoghi, ma valorizzando le prove dei tre bravi interpreti principali, che sono Marianna Fontana (una delle due gemelle di “Indivisibili), Reinout Scholten van Aschat e Antonio Folletto.
Ad essere pignoli, i pubi e le ascelle femminili appaiono un po’ troppo rasati per l’epoca, però ci avrò fatto caso solo io.

Michele Anselmi per Cinemonitor