LE “VISIONI” DI LIMES: IL RIARMO DEL GIAPPONE, LA MINACCIA COREANA, L’IMPLOSIONE DELLA CINA. MA DAVVERO?

PIO D’EMILIA

Alcuni giorni fa, qui a Tokyo, l’Istituto Italiano di Cultura ha ospitato un dibattito che già nelle premesse, e soprattutto nel titolo, suonava un po’…ridondante. “Italia e Giappone, nuove sfide per la geopolitica”. Come se due paesi chiaramente usciti – e non da oggi – dal radar della geopolitica che conta fossero davvero in grado di immaginare, elaborare, e portare a termine, “nuove sfide”. Al massimo, direi, possono coltivare sogni, e questo vale più che altro per il Giappone, visto che in Italia oramai non si può neanche sognare, tanti sono gli incubi che ci perseguitano.
Ma tant’è, Limes è Limes e nonostante negli ultimi anni ne abbia azzeccate poche di previsioni (basta dare uno sguardo ai contenuti e ai titoli di alcuni numeri recenti, tipo quello sulla Corea, dove si dava per certo e immediato l’Apocalisse Nucleare) a livello di analisi e di competenza di alcuni suoi collaboratori non si può certo discutere. Peccato che il dibattito, sorta di appendice al numero speciale sul Giappone uscito lo scorso febbraio. “LA RIVOLUZIONE GIAPPONESE” si sia trascinato per oltre due ore senza offrire grandi spunti e anzi denunciando la scarsa preparazione – sul tema del dibattito stesso – da parte dei relatori giapponesi. I quali si sono fermati, nella loro analisi, all’immediato dopoguerra. Deja vu, anzi entendu.
I “nostri”, Luca Caracciolo e Dario Fabbri si sono invece limitati a ribadire le tesi sostenute nel citato numero speciale. Il Giappone è tornato in campo, il Giappone sta ritornando una potenza globale (quindi anche militare), addirittura c’è voglia di neonazionalismo religioso: con lo shintoismo di stato – stavolta in formato soft – pronto a tornare in cattedra. Sarà. Io quando sento questi discorsi mi chiedo se chi li fa sia mai stato qualche minuto davanti al 109 di Shibuya, tempio del demenziale consumismo adolescente. Basta osservare il viavai là davanti per capire che questo paese, qualsiasi sia il livello di riarmo, di minaccia (reale o percepita) e di propaganda che un dato governo può/potrà realizzare ( e quello attuale sta facendo del suo meglio) ha detto per sempre addio alla guerra. Come del resto sancisce la sua Costituzione, che nessuno riuscirà a cambiare (per farlo, serve un referendum popolare, e i sondaggi da sempre indicano che la stragrande maggioranza dei giapponesi non ne vuole sapere). Abe se ne farà una ragione. Facciamocene anche noi, una ragione. Una bella ragione, direi.
Archiviata (speriamo) la minaccia coreana (quella nucleare….resta quella, sgraditissima ai vicini, che la penisola finisca per riunirsi, ma ci vorrà del tempo) e affidata alla categoria dei sogni la “rivoluzione” giapponese (vedrete, ne vedremo delle belle con il nuovo Imperatore, ancora più “pacifista” e rilassato dell’attuale) resta la temutissima Cina. Anzi le Cine, come si legge sulla copertina dell’ultimo numero della rivista. “Non tutte le Cine sono di Xi” ( e meno male che non hanno scritto Ping, come il mese scorso a Shanghai ha chiamato il leader cinese il nostro vicepremier Di Maio, tra l’imbarazzo ed il ludibrio generale). Basta il titolo per mandare su tutte le furie i cinesi (che da sempre ritengono la Cina una e indivisibile) e far rizzare i capelli in testa a chi la Cina magari non l’ha studiata a fondo, ma ci ha vissuto, ci vive e ci lavora. Implosione? Nuova egemonia? Guerra con gli Stati Uniti? Per carità tutto è possibile. Ma se fare politica autorizza e consente ogni tipo di costruzione, ipotesi, anche e solo “di lavoro” come si diceva un tempo, l’analisi geopolitica dovrebbe restare un po’ più con i piedi per terra. Per carità questa è la mia umile opinione, che mi fa piacere condividere con voi. Ciò non toglie che la rivista vada letta, alcuni contributi sono di grande valore. E’ il titolo che proprio non mi va giù, come quello apposto sopra una delle mappe che allego (non su questo numero): “lo strangolamento della Cina”. Ma davvero vogliamo “strangolare” la Cina?