PASSAGGI DEL NOVECENTO. 1. L’AFFARE DREYFUS OVVERO LA VITTORIA DELLA VERITÀ

Chi è ben acculturato e amante della storia (che saremmo poi noi…) ricorda l’affare Dreyfus: per riviverlo in una duplice morale – la vittoria della verità sulla menzogna e il ruolo decisivo svolto, su questo piano, dalla nuova categoria degli intellettuali impegnati – e in duplice e duraturo effetto collaterale – la nascita del sionismo, basato sulla convinzione che gli ebrei potessero vivere ed “essere se stessi” solo all’interno di un proprio stato e, per altro verso, l’alleanza strategica tra gli ebrei e la sinistra contro la destra autoritaria e tendenzialmente razzista.
Di questi effetti collaterali non è il caso di parlare qui. Perchè si sono dispiegati lungo tutto il corso dell’Ottocento; e perché l’allentamento della loro spinta propulsiva ha a che fare con i suoi ultimi decenni. Mentre sulla duplice morale della favola ci sono, invece, molti punti da chiarire.
Così il trionfo della verità non è stata una marcia trionfale, guidata dagli intellettuali e progressivamente fatta propria dal popolo. Per anni e anni pochissime persone – un ebreo doloroso testimone delle sofferenze del suo popolo, un vecchio senatore alsaziano, un ufficiale dell’esercito – furono suoi eroici testimoni, con il concorso di alcuni salotti parigini e di tutte, dico tutte le élites europee (e qui dico “viva le élites”…). E avendo contro di loro tutto l’ordine costituito: militare, religioso e politico; con l’aggiunta di una plebe, parigina e non solo, a cui non interessava la verità ma la verosimiglianza. Una verosimiglianza difesa con le unghie e con i denti dal’ordine costituito al prezzo di non esibire mai le prove della presunta colpevolezza di Dreyfus: e basata sulla comune convinzione che a tradire dovessero essere per forza gli ebrei.
A vincere, anzi a rovesciare il corso delle cose, saranno allora non gli intellettuali ma i politici. Sarà Clemenceau, vecchio combattente anticlericale e antimilitarista, a pubblicare sul suo giornale e scegliendone il titolo la grandiosa invettiva di Zola. Sarà il grande Jaurès: a chiarire al suo partito (sinora inerte di fronte a una “faccenda tra borghesi”) la natura del conflitto (“la Repubblica contro i suoi nemici”); a spingere il governo a “esibire le prove” (era l’unico modo per poterne dimostrare la falsità); e, infine, a portare in piazza, a difesa della Repubblica,gli operai parigini, così da contenderne con successo l’uso, sinora riservato alle marmaglie organizzate da razzisti e avventurieri d’ogni risma. Pagherà cara, però, questa sua vittoria: prima vilipeso dai suoi amici dreyfusisti per aver disonorato la causa “buttandola in politica” o per avere addormentato il proletariato; poi ammazzato dai suoi nemici per il delitto di “lesa patria”, immediatamente prima dello scoppio di una guerra che aveva fatto di tutto per impedire.
E allora il messaggio trasmesso ai posteri da quella lontana vicenda non sarà certo trionfalista. Ci insegnerà che, in politica, la verità, anche in questo caso in cui era indiscutibile e relativa ad una specifica persona, trionfa solo in presenza di forze disposte a sostenerne la causa. E, contestualmente, ci consiglierà di non lasciare all’avversario di turno la costruzione di “verosimiglianze” – le cui tecniche espositive sono alla portata di tutti – al costo di praticarla vigorosamente noi stessi…