ACHERONTA MOVEBO. LIBRO UN PO’ STRANO E TUTTAVIA DA LEGGERE

DI FABIO BALDASSARRI

Inutilmente cercherete, nella vostra abituale libreria o in una libreria on line, le prime o le ultime pagine di copertina del volume con la usuale foto e biografia dell’Autore salvo una breve frase dalla quale apprendiamo che Pierluigi Lanfranchi (Bergamo 1973) insegna Letteratura greca all’Università di Aix-Marseille e vive ad Amsterdam. Se poi vorrete saperne di più, con Internet apprenderete che costui oltre che docente universitario è poeta che ha pubblicato la plaquette Canicula (Trieste 2007) e la raccolta Latitudini (Pavia 2008). Suoi testi sono stati pubblicati su Atelier, Le voci della luna. E ancora sue sono le traduzioni di poeti olandesi uscite su Testo a fronte e L’almanacco dello specchio.

Ci si chiederà, a questo punto, cosa significhi Acheronta movebo (Castelvecchi Edizioni, Roma 2017). Il titolo del libro si spiega con la traduzione dal latino di una frase contenuta nell’Eneide di Virgilio “Flectere si nequeo superos, acheronta movebo”. Il che vuol dire, come comunemente e liberamente viene tradotto, “se non posso piegare le divinità d’in alto, [per riuscirvi] farò muovere gli inferi [le potenze d’in basso]”. In più possiamo sapere che Jean Starobinski, critico letterario, medico e psichiatra, spiegò nel 1985 il significato di questa frase utilizzata da Sigmund Freud nel suo L’interpretazione dei sogni affermando che lo studioso intendeva riferirsi a Giunone la quale, non potendo piegare le divinità superiori al suo volere (le si opponeva Giove), ricorse a una potenza infera, Acheronte, perché di fronte alla previsione della sua impotenza volle almeno esaurire tutte le risorse e gli aiuti possibili e immaginabili.

Con questa spiegazione ci si avvicina al nocciolo della questione perché Lanfranchi, con speranze quasi nulle di sapere qualcosa di più riguardo a ciò che la nonna gli aveva raccontato (per la verità molto poco) su Franziska, una enigmatica signora tedesca che era stata ospite dalla sua casa di Sovere nelle valli bergamasche dal 1939 al 1943, inizierà ben presto un percorso intellettuale che lo porterà a conoscere qualcosa dei motivi per cui questa signora arrivata a Sovere dalla Svizzera, in piena seconda guerra mondiale da lì ripartirà per raggiungere avventurosamente il marito, ebreo di cognome Lemhan, diventato cittadino statunitense col cognome Maylan.

Ce ne sarebbe già a sufficienza per essere incuriositi da questa storia non solo per l’incombere di un periodo drammatico per tutti, in particolare per gli ebrei, ma anche perché dalle ricerche di Lanfranchi veniamo a sapere che la famiglia di questo Maylan era stata ricca, con imprenditori, artisti e intellettuali che a lungo avevano oscillato fra la Germania e gli Stati Uniti non facendosi mancare neppure qualche passaggio in altre capitali europee e, soprattutto, che Charles (il marito di Franziska) era psicanalista e, fra velleità creative ed opere effettivamente pubblicate, era stato molto critico nei confronti di Freud perché attribuiva alle sue origini semitiche (curiosamente… considerata la comune origine) alcuni tratti delle teorie dallo stesso elaborate.

Qui la faccenda si fa nebulosa. Ci sono pagine in cui Lanfranchi si chiede se al suo lavoro convenga mantenere la fisionomia di una ricerca o diventare romanzo. Per questa seconda opzione ci sarebbero tutte le condizioni, dice, e forse potrebbe risultare adatto a un pubblico più ampio, ma egli continua in una ricerca rigorosa che diventa a tratti ossessiva e, trafficando per archivi e istituti con documenti di ogni tipo, incontra persone che hanno conosciuto i Maylan finché, infine, sarà messo al corrente di un pugno di lettere e di informazioni che illumineranno la loro esistenza. Ecco che viene a porsi una domanda: ma non sarà accaduto che la vicenda dei protagonisti appartiene al mondo della ricerca, mentre quella dello scrittore al mondo del romanzo?

Che dire. Il libro non ha note, non si conclude con una bibliografia, non riporta l’elenco di altre fonti e l’indice dei nomi. Tuttavia, leggendolo, incontreremo titoli di cui è facile costatare l’esistenza, fonti documentali ampiamente verificabili e nomi cui corrispondono volti di vivi e di morti… in qua e in là persino qualche fotografia. Sembra di poter dire, in conclusione, che l’Autore non ha mai pensato di fare propriamente lo storico né si è dato la pena di rivelarsi poeta mentre, inavvertitamente, finiva per risultare interessante prosatore attraverso il racconto della sua ricerca sul campo. Dunque possiamo anche affermare che ha fatto letteratura non volendo. Consiglio perciò questo libro ai lettori per le sere noiose a cavallo dell’ultimo e del primo dell’anno: da goderselo pian piano, senza fretta, come le tisane che qualche volta succhielliamo in quei giorni per depurarci dagli eccessi mangerecci.