QUATTRO RACCONTI DI NATALE

DI GIOVANNI BOGANI

1. La fine del buio

Questo giorno d’inverno si chiama Natale.

Una festa degli antichi Romani, in realtà. Celebrava il momento della svolta. Quello in cui la terra, dopo il giorno più corto, dopo il più buio dei giorni, ricominciava a inseguire la luce. Natale è la fine del buio.

È adesso, mentre noi andiamo in centro fra migliaia di persone, che le giornate cominciano ad allungarsi. La terra morta comincia a rinascere, anche se ancora nessuno lo sa. Per un po’, ancora niente sarà visibile.

Ecco perché i cristiani hanno collocato in questo giorno la nascita di Gesù. Che forse non è nato il 25 dicembre, e probabilmente è nato qualche anno prima di Cristo, cioè prima di se stesso. Ma cosa importa, davvero. Gli studiosi, quelli bravi, dicono che una stella cometa era stata osservata nell’anno 5 avanti Cristo, in Palestina. E che probabilmente Gesù, figlio di Maria, nacque in primavera. Ma che cosa conta?

È il giorno zero. Quello che separa ciò che è stato, il lento colare verso il buio, da ciò che sarà. L’inizio della luce.

Sono a cena dalla famiglia della ragazza con cui ho cantato per quattro anni. Almeno, per me – per quattro anni – è stato cantare con lei. Ma forse erano solo quattro accordi, il frullo d’ali d’un colibrì. Senza mai trovare davvero la benedizione della complicità. Solo la sua voce perfetta: cristallo. La sua voce volava. Anche senza di me.

A cena c’è un suo amico giovane, barba da hipster. Viene da lontano. Parlano in inglese. Gli chiedo, in inglese, cosa sia il giorno di Natale, per i musulmani come lui. Se ha un significato, in qualche modo. No. “E’ un giorno lavorativo come un altro”, dice. Non ci avevo mai pensato. Siamo portati a credere che tutto il mondo faccia come noi. Invece, per una grande fascia di mondo, dal Marocco all’Egitto, fino all’Iran, Natale non ha nessun significato.

2. La trincea

Ne aveva, di significato, il Natale, per i soldati che si stavano ammazzando da mesi fra le trincee della Prima guerra mondiale, il 25 dicembre 1914. Si sbuzzavano con le baionette, arrivati faccia a faccia con l’altro, urlando di terrore, urlando mentre ammazzavano o venivano ammazzati, perché l’urlo fosse più forte del rumore della morte.

Morivano per i colpi di cannone, per le granate, morivano di febbre e di freddo, di tifo e di infezioni a un piede. Morivano messi al muro, perché avevano disobbedito agli ordini, perché non avevano avuto il coraggio di correre nella terra di nessuno, tra gli spari, per andare a infilzarsi sul filo spinato.

Ma quel giorno, non riuscirono ad ammazzarsi. Disubbidirono ai loro ufficiali. E si fecero gli auguri, da una trincea all’altra. Lasciarono le trincee: attraversarono la terra di nessuno. Si abbracciarono lì, in mezzo alle buche dei mortai. Si scambiarono razioni di cibo. E seppellirono i loro morti.

Lo leggo sulla bacheca di un amico: uno che raccoglie ogni giorno briciole di storia, fotografie di quello che l’umanità è stata. Incolla, su Facebook, l’album di ricordi dell’Uomo.

Dice la leggenda che giocarono anche, lì in mezzo, delle partite di calcio. Inglesi contro tedeschi. Come in “Marrakech Express” di Salvatores, Italia contro Marocco per giocarsi un tubo. Anche in quel film, giocare a calcio era un modo per sentirsi insieme, scontrarsi e incontrarsi, nello stesso istante.

Beh, quella partita non fu una leggenda. Ci sono le foto. Non si capisce tanto chi sono i tedeschi e chi gli inglesi. Capisci solo che erano ragazzi, che vivevano un giorno di vita, dopo tanta morte e prima di tanta morte. Prima delle pulci, della pioggia, del fango, delle piaghe, dei mortai che tornavano a scavare l’Apocalisse. Gli ufficiali andarono su tutte le furie, quando si accorsero di quello che stava succedendo. E l’anno successivo, non ci furono più tregue di Natale. Solo guerra.

3, Salvatore

Dopo la cena abbiamo giocato a tombola. Non ho vinto niente. Quest’anno sarò fortunato in amore, mi dico. I giovani – la barba e l’allegria di lui, la serenità di lei – vanno a celebrare i loro anni in qualche pub.

Sono per strada. Lo scooter sotto di me, l’inverno tutto intorno a me. Una chitarra sulle spalle: l’avevo portata, chissà che non si volesse cantare. Nel sottosella, il sacchetto della Coop con la spesa fatta all’ultimo secondo, per aver qualcosa da mangiare l’indomani. È passata mezzanotte. È freddo, devo tornare a casa.

Metto in moto. Un semaforo mi ferma qualche manciata di secondi, verso la strada di casa. E all’ultimo istante, giro lo sterzo. E vado verso il centro.

Il ponte sorvola l’acqua nera dell’Arno di notte. Vado a vedere se la gente fa festa sotto l’albero di piazza del Duomo. Se tutti entrano in chiesa, e magari si amano, in nome dell’uomo che ha dato – a noi occidentali – l’illusione che alla fine non sarà finito tutto. Che dopo sofferenze sparpagliate e imprevedibili, dopo esami passati ed esami falliti, dopo le sale d’attesa e i tradimenti subiti, dopo la memoria che con gli anni va in brodo, e il nostro odore si fa più pesante, dice che stiamo invecchiando,

quell’uomo ci ha fatto pensare che tutto si farà perfetto e luminoso, e noi saremo parte di una cosa bellissima, che non ha nome, ma sarà quello l’infinito e noi ci saremo dentro, per sempre, saremo luce, insieme a Dante, a Einstein, ad Albert Schweitzer, a Gandhi, a Bertrand Russell, a Lucio Dalla, a Lou Reed, a Nostradamus, a Dolores O’ Riordan, a papa Luciani che nessuno ricorda più, a Fabrizio De André, a Umberto Eco, a Carl Theodor Dreyer, a Fellini, ad Antonioni, a Giordano Bruno, a Giotto, a Masaccio, a Botticelli, a Picasso,

e anche a Salvatore, il mio compagno di scuola che morì a quindici anni, dopo aver rubato una macchina e aver guidato come un pazzo in autostrada, senza patente, credendo di scappare alla polizia, e andando dritto verso lo schianto – Salvatore selvaggio, che vivevi a caso, che dicevi battute e ridevi, Salvatore senza progetti e senza futuro.

4. Viola

Essere parte della luce. Con Einstein, con Lucio Dalla, con mia madre, con mio padre, e con Salvatore. L’unica cosa per cui vale la pena vivere. No, ci sono anche i baci, c’è l’infanzia con la mamma e papà che ci porta sulle spalle, c’è il primo giorno di scuola, e il primo libro letto, e l’Italia che vince i Mondiali, e la prima volta che ti senti tutt’uno con una ragazza, e speri sia per sempre. O quando, in Scozia, esci da una curva e vedi tutto un campo di lavanda, viola , e il blu del mare, e il verde chiaro del cielo.

Però speri sempre che diventerai luce. Invece, più probabilmente, non saremo niente. Siamo condannati a morte che moriranno in qualche alba o qualche pomeriggio sfranto di ospedale, aria gonfia di caloriferi e di noia. Moriremo per il veleno letale delle nostre cellule che impazziscono, o per un cuore che salta il suo ritmo, e poi. E poi nemmeno il tempo di pensare “e poi”…

Ma voglio andare a vedere che cosa c’è stasera in centro. A mezzanotte e cinquanta sono in piazza Duomo. La piazza è quasi deserta. Ho la chitarra sulle spalle. Davanti all’ingresso della cattedrale ci sono due carabinieri in piedi e una guardia giurata. La Messa di sicuro è quasi finita. Mi chiedo quanto sia sospetto un uomo vestito di nero, con una custodia di chitarra nera sulle spalle, che arriva quando la Messa sta finendo.

Passo davanti a loro, vergognandomi dell’ora, della mia chitarra, di me. E invece i carabinieri non mi guardano nemmeno. Dentro la porta del Duomo c’è una guardia giurata sui sessant’anni. Mi passa il metal detector. Poi, quando sono già dentro, con voce esitante, quasi scusandosi, mi chiede se posso aprire la custodia della chitarra. La apro. La chitarra si chiama Viola, vorrei dirgli. Viola, perché è il colore più bello che c’è. La maglia della squadra più bella che c’è, della città più bella che… vabbè. Ecco Viola, adesso puoi guardare. Questo signore è una guardia giurata, e questo spazio davanti a te è Santa Maria del Fiore.