TUNISIA IN FIAMME: SFIORISCE NEL SANGUE E NELLA MISERIA L’ULTIMA FALLIMENTARE PRIMAVERA ARABA

DI ALBERTO TAROZZI

C’era una volta la Tunisia, quella che otto anni fa aveva visto la rivolta dei gelsomini. Una rivoluzione esaltata in occidente dalle piccole e dai piccoli fan del neoliberismo dal volto umano, come un successo (l’unico, nel mondo arabo).

I valori dell’occidente democratico, grazie all’affermarsi del libero mercato, avrebbero portato prosperità ai quattro angoli del mondo: evitando la diffusione dell’integralismo islamico, introducendo quei principi che rendono l’occidente un faro la cui luce avrebbe squarciato la notte di tradizioni arcaiche.

Un’onda di buone intenzioni cui seguirono le risacche di fallimenti a catena. Qui la reazione tradizionalista dell’islam radicale, là l’affermarsi di regimi militareschi e liberticidi, quasi ovunque focolai di nuove e terribili guerre. La Siria, la Libia, l’Egitto, lo Yemen,  l’Irak e altri ancora.

Ovunque la delusione delle aspettative: un terreno nel quale possono germogliare i fiori più velenosi: tutto e il contrario di tutto.

Ma in Tunisia no, o almeno così pareva. A Tunisi sembrava effettivamente essersi insediato un governo finalmente presentabile. Se ne era andato il dittatore Ben Alì, rifugiatosi in Arabia Saudita e si era realizzato un contesto economico tale da richiamare in patria un certo numero di migranti desiderosi di partecipare alla rinascita del proprio paese.

L’evento che aveva segnato quella rivoluzione, nel dicembre 2010, era rappresentato da una tragedia. Un piccolo mercante, datosi fuoco dopo che le autorità gli avevano sequestrato le merci fonti della sua sopravvivenza.

Oggi e non solo in questi ultimi giorni, la Tunisia è in fiamme. Per una tragica ironia della sorte questa nuova fase di un fallimento che era nell’aria da due o tre anni, è segnato da una nuova morte di un giovane che si è dato fuoco. Questa volta un giornalista, lavoratore precario, suicidatosi lasciando un biglietto che invita alla rivolta chi è nelle sue condizioni.

Sulla sua morte pesano inoltre ulteriori segni inquietanti. Il Tribunale di Kasserine si è espresso contestando reati che vanno dall’omissione di soccorso, all’istigazione al suicidio e all’omicidio vero e proprio nei confronti di persone implicate nei fatti e c’è già un fermato.

Non è un caso che un Tribunale della periferia del paese abbia preso una posizione così decisa. Le ragioni del suicidio non si limitano alle condizioni economiche e alla disoccupazione, ma comprendono anche un’accusa alle autorità centrali tunisine, ritenute colpevoli della situazione di particolare degrado delle regioni periferiche del paese. Quella di Kasserine sarebbe stata penalizzata soprattutto perché ritenuta sede di movimenti terroristici. Il governo avrebbe cioè giustificato la repressione e le penalizzazioni economiche mascherandosi dietro alla lotta al terrorismo in quella regione.

Qualunque sia la verità a nessuno è possibile negare che la rivoluzione dei gelsomini abbia condotto la Tunisia verso lidi analoghi a quelli cui sono approdati altri paesi arabi che ne sono stati ritenuti i protagonisti.

Quale la ragione specifica, se non vogliamo generalizzare? C’è chi dubita di una riuscita democratizzazione di quel sistema, ma la scintilla di questa rivolta pare sia stata un’altra. Paradossalmente proprio una certa affidabilità relativa del paese, che un anno fa spinse il Fondo monetario internazionale a prestare tre miliardi di dollari al governo tunisino da restituire in quattro anni. Come si usa in questi casi a Tunisi venne richiesta in cambio l’attuazione di alcune riforme di taglio liberistico, tra le quali una riduzione significativa delle spese pubbliche, tali da colpire, tra l’altro, il pubblico impiego, che da solo rappresenta la metà delle spese statali.

A un anno dall’entrata in vigore dalle riforme è un succedersi di rivolte popolari di gente finita in miseria. Naturalmente, come accade quando la torta si riduce, si è scatenata anche una guerra tra i poveri con accuse delle regioni periferiche contro il potere centrale, che il sindacato sta cercando di indirizzare verso una richiesta di sussidi e di salario minimo, considerando che quello attuale si aggira intorno ai 130 € mensili.

Il primo ministro Youssef Chahed incita alla calma, sostenendo che le sofferenze avranno presto termine e che si tratta di resistere ancora per poco a difficoltà contingenti ed eccezionali. Non abbiamo competenze specifiche su quella realtà tali da proclamare sentenze, ma troppe volte abbiamo sentito previsioni che facevano riferimento a un tempo del dolore cui avrebbero inevitabilmente fatto seguito anni migliori, per giurare sulla validità delle profezie di quel premier.

Quelli che comunque paiono maggiormente scettici sono quei tunisini che negli ultimi giorni hanno dato vita a manifestazioni di protesta che hanno  prodotto barricate, scontri con la polizia e oltre 200 arresti con 50 agenti feriti. In alcuni centri del paese le manifestazioni sono state pacifiche, ma questo è anche una testimonianza di come la protesta passi attraverso soggetti differenti che praticano forme di lotta diversificate.

Una cosa è certa, se ancora fossero rimasti dei dubbi. A Tunisi si ammaina l’ultima bandiera di una modernizzazione liberista e globalizzata dal volto umano. E la Tunisia non è molto lontana dall’Italia per coloro che volessero cercare fortuna verso altri lidi.