FABRIZIO DE ANDRÈ. PRINCIPE LIBERO

DI GIOVANNI BOGANI

Siamo in quattro in tutto, a vedere il film su Fabrizio De André. Nella sala accanto, probabilmente sono a centinaia, a vedere il blockbuster del momento.

Siamo solo in quattro. E io ancora una volta mi sbagliavo. Temevo di dover prendere il biglietto in anticipo, perché la sala sarebbe stata piena. Pensa un po’. Credevo che Fabrizio De André fosse così importante per l’Italia, per la gente, che ci sarebbe stata la fila per vedere il film su di lui.

Sono un ingenuo. Ma questo non importa.

Un ingenuo che però, grazie alla sua ingenuità, ha ricevuto un regalo. Prima, sentire la voce dell’uomo che guardava la casa di De André in Sardegna. Una persona semplice. Che parlava soprattutto di mangiare, di cibo, uno con una gran pancia. E che parlando di lui, dice: “gli avevo promesso che fino a che avrei potuto camminare, non lo avrei abbandonato. Ed è stato così. Io continuo a sognarlo, almeno una o due volte al mese”. E lo dice convinto, mentre si commuove, un omone con una gran panza che gli vengono le lacrime.

Vedo Dori Ghezzi, con la sua aria un po’ borghese, sì, perché hanno fatto la rivoluzione, perché sono andati ad abitare in mezzo al nulla della Sardegna senza elettricità, a quindici chilometri da Tempio Pausania, d’accordo, però non la togli quella patina da signora upper class, di quelle milanesi che incontri a Forte dei Marmi e nelle fondazioni benefiche onlus che parlano con finanziatori, attori e preti. Boh, o magari me lo invento io. Ma i capelli ben meshati, l’abbronzatura, gli anelli e le collane per difendersi dal male e dalla povertà. Sono le stesse che vedi sulle donne a Castiglione della Pescaia, nelle barche, nei posti dove si può parlare dei destini del mondo, perché chi ci sta troppo affondato dentro, ai suoi destini, non riesce a parlare della rivoluzione. Non riesce nemmeno più a immaginare la sua.

Ma era bella, Dori Ghezzi, quando cantava con un filo di voce insieme a Cristiano, che più che un figlio sembrava il suo fidanzato. Dori Ghezzi che apriva le braccia e il camicione bianco di fronte al pubblico lì sul prato dell’Agnata, un po’ hippy, tutti contenti di poter strappare un frammento di carne di De André.

Ho visto Renzo Piano parlare come una persona normale, raccontare la sua ammirazione e quel filo di invidia per la leggerezza del musicista, che lavora con le note, con la voce, con il vento, con qualcosa che sta nell’aria, mentre l’architetto lavora con cose pesanti, che stanno sulla terra, che affondano. E sembrava, Renzo Piano, una persona lieta, che cerca la bellezza, che cerca la dignità della vita, non la forza, non il potere. Non so spiegarmi.

Ho visto Paolo Fresu che accompagna Cristian De André, che accompagna Ornella Vanoni, che accompagna tutti con note strappate, con note dove c’è dolore, intelligenza, note suonate in punta di piedi, senza mai strafare. Quando c’è Morgan al piano, lui – Fresu – sembra che voglia sparire, mentre l’altro vuole farsi vedere, vuole fare cantare “La canzone dell’amore perduto” alle ragazzine, si ferma, addolcisce poi pesta sulla tastiera, non ha pace. Ha anche talento, Morgan, ha l’anima affondata negli anni ’60, ma è troppo troppo protagonista, non riesce a smettere un secondo di esserlo, non lascia vivere la canzone, vuole ostenderla come una Sindone di fronte al pubblico.

Ma Paolo Fresu fa diventare ogni canzone qualcosa di diverso, di più bello, ti fa camminare per i tuoi ricordi, ti fa tornare ad anni che non pensavi nemmeno di aver vissuto. A quando camminavi con i tuoi genitori, la domenica, alla mostra dell’Artigianato, a quando eri bambino e le note dell’aldilà te le ricordavi ancora.

Però è come se fossi stato lì, all’Agnata, anche io su quei prati, mentre sono semplicemente vicino a casa, con il mio scooter che ha galoppato affannato per arrivare in tempo, e fuori dal cinema c’è ancora l’Arno, c’è ancora quel ponte che mi piace, specie di notte, e io che vivevo lì vicino, quando vivevo con la ragazza che mi ha regalato la mia prima chitarra buona.. Insomma, Firenze. Quel poco che è, quel tanto che è. Piazza Santo Spirito, la sera, e quello che ti chiede se hai una cartina, e le ragazze sempre sedute a due a due, con un’amica o un amico, nessuno che ti parla, se cammini da solo, e non sanno che stai pensando a De André.

E poi c’è l’altro film.

Quello del concerto.

Con Cristiano De André serio serio, che suona tutti gli strumenti. Il violino, il pianoforte, la chitarra, le tastiere, le percussioni, il bouzouki. E sempre con un’esattezza, una scioltezza da figlio bravo che ha studiato per anni al Conservatorio, e non ci sono mentre suona le ombre di quello che sarà, di quello che forse ha vissuto, c’è solo un ragazzino con un senso del ritmo da grande musicista. E c’è Ellade Bandini, il batterista di Francesco Guccini, che batte tamburi e carezza con le spazzole. Ellade che una volta ero a casa di Guccini, in via Paolo Fabbri, un paio di vite fa, e Guccini disse “Ellade e gli altri sono in tour con Fabrizio”, e Fabrizio era un amico, nella sua voce

Cristiano De André con una camicia scura, senza la barba, senza l’aria dannata, senza le denunce, senza l’alcol in corpo, senza quelle notti che immagino dannate, quando la signora dell’albergo sente l’inferno alle tre di notte e chiama i carabinieri

O magari ricordo male, magari la sua vita non è stata questo, Cristiano De André che scrive canzoni belle quanto quelle del padre, Cristiano che suona tutti gli strumenti, ma che la sera dell’ultimo dell’anno era di fuori come un terrazzo e faceva paura, torbido e aggressivo, un gigante annebbiato e pronto a scoppiare

E invece lì, in quel concerto, che fa la voce del padre, che canta Anime salve e tutte le altre canzoni

E Luvi che canta nella lingua dei Rom. Chissà come era stato, per lui, fare quell’ultimo concerto insieme ai suoi due figli. Chissà se per un momento ha pensato che li stava lasciando. Se ha immaginato che cosa avrebbero fatto, dopo di lui.

Chissà che cosa pensava, mentre Cristiano faceva note di chitarra che tutto il teatro sentiva. Se pensava che loro erano gente pubblica, capace di non aver paura, capaci di tenere un teatro intero fra le dita, senza aver paura.

E quello sfondo stilizzato, che mi ricorda un altro cantante che ho amato, che ho amato molto, molto di più di lui. Perché l’ho sentito fragile, umano, tormentato, generoso, generoso dei suoi dubbi e delle sue malinconie, capace di darmi a piene mani i suoi pensieri. Ecco, quello sfondo mi ricordava gli ultimi concerti di Giorgio Gaber.

Poi i ricordi sfumano, vanno via subito, non fai in tempo a tenerli tra le mani, come le lucciole. Si spengono, oppure vanno via.

Però una cosa ho imparato. Che Fabrizio e André sapeva suonare, altro che. Con quella chitarra dalle corde di nylon, fa arpeggi veloci, tiene il tempo, e le guida lui le danze. E fa degli accordi che non conosco. Era bravo anche a suonare. Non me ne ero mai accorto.

Pensavo che fosse uno che inventava solo melodie dal gusto antico, popolare, ballate dal sapore vecchio, che non mi interessavano. Pensavo che mi piacesse solo quello che aveva fatto con la Pfm e con Ivano Fossati. E invece no. Erano belle anche le cose che faceva da solo.

In “Ho visto Nina volare” fa dei gran begli arpeggi, da musicista vero. In Mi bemolle, o meglio in Do minore, se non mi sbaglio. Che non è proprio banale.

E in “Smisurata preghiera”, quante parole che avrei voluto aver scritto io. “Per consegnare alla morte una goccia di splendore”. Che è per questo che si vive, e non ci si riesce, in tanti, in tutta una vita.

Alla fine sì, penso che ho fatto bene a non vedere Brad Pitt. Lo vedrò la prossima volta. Stasera ho visto il canto di addio di qualcuno che ha reso più grande, più piena di oggetti da guardare, più ricca, la mia vita, e quella di molti.

Toh. È l’alba. È proprio l’alba. E io non so dove andare, non so che cosa fare, non so chi mi può amare, chi mi può consolare di tutto questo vivere, di tutto questo morire che ho visto e che ho vissuto da che sono venuto al mondo, di tutte le persone che vedo andarsene, cantanti attori registi giornalisti, e tutte le persone che sono state davvero importanti per la mia vita, mio nonno mia nonna mio zio mio padre mia madre, adesso sono davvero solo, e non ho con chi fare un figlio.

Tu Fabrizio canti Il pescatore, e come muovevi le dita per fare quattro accordi dove noi, quando la facciamo, riusciamo a farne solo uno.

E accanto a me c’è un’amica che le sa tutte a memoria, le canzoni di De André. Ma stona un po’, mentre canta, e io mi interrogo sul mistero di chi è intonato e chi no. Lei mentre canticchia a volte è intonata, a volte perde la strada, si smarrisce, e non gliene frega niente. Ne sa tante, di cose, io a vent’anni non le sapevo le canzoni di De André come le sa lei. E poi mi dice “il Pescatore me la cantava sempre mia nonna”.

E non so più in quale tempo vivo, se sono una persona di un’altra epoca, se quello che sono è coniugato al presente o al passato, se sono qualcuno che ha qualcosa da vivere, o solamente ricordi da dare, e non a un figlio perché un figlio non lo avrò più. E ogni sera che passa perdo tempo, e non ne avrò mai più, per mettermi in pari col destino, con quello che avrei dovuto essere, con quello che avrei dovuto fare, con quello che avrei dovuto dare alla vita – un figlio, un libro – e quello che avrei dovuto ricevere, dalla vita – un figlio, e quella vita un po’ speciale che ha chi ha fatto qualcosa, chi ha dato qualcosa. Avrei voluto fare qualcosa di grande, e ho stretto i denti per tanti anni, ho digiunato tanti anni, per poter fare questa cosa grande. E non ho saputo neppure tenere viva mia madre, che sarebbe stata la cosa più grande che potessi fare.

Ho sbagliato, non l’ho calmata quando aveva paura di morire, non l’ho fatta guardare dalla mia parte mentre i dottori le infilavano gli aghi nel braccio e lei non capiva che cosa stava succedendo, sarebbe vissuta ancora un po’, sarebbe vissuta ancora un po’, mamma potevi vivere ancora un po’? perché non sei rimasta ancora un po’ di qua? Perché non sei rimasta qui a guardare Barbara Palombelli il pomeriggio che ti sembrava tanto brava, tanto garbata?

Perché non ti sei fermata a guardare ancora un altro po’ di televisione? Che ogni sera mi dicevi “mah, ho guardato un po’ di televisione” come se tu potessi fare anche altro, e invece la vita non ti permetteva più niente altro, non andavi in giro, non vedevi amiche, non facevi niente, potevi solo guardare un po’ di televisione… e io non lo capivo che avevi solo quello, come ho fatto a non capire niente in questo modo? perché non sei rimasta a guardare un po’ di televisione? Sarei venuto a portarti fuori, in macchina, ora che è primavera, lo senti che caldo, ora si poteva andare in giro, e vedere le colline, certo non saremmo andati al cinema, anche se te lo dicevo ogni tanto, “andiamo al cinema”, ma lo sapevo che non venivi, e volevo portarti dai fratelli Briganti ma avevo paura di tante cose, avevo paura che tu stessi male, non so, avevo paura dei taxi che avresti preso, avevo sempre paura di spendere e ora non so che cosa fare dei soldi, delle case, di tutta la mia vita, ora non ho una donna che mi voglia bene e non ho niente di niente,

e il sole che sta per nascere non mi fa bene, non mi fa vivere meglio, sarà solo un’onda di caldo addosso al corpo. Ma perché non ti ho cercato di più, finché potevo? Perché non abbiamo avuto un poco, solo un poco di tempo in più? Ne abbiamo avuto così tanto che lo abbiamo buttato tutto via, ne ho avuto così tanto che non mi sono reso conto che sarebbe finito.

Potevo stare da te, potevo stare da te a non fare niente, io che cerco sempre di fare qualcosa. Potevo stare da te a vederti stare sulla poltrona, o sulla sedia a guardare la televisione, o sulla sedia di cucina un po’ storta, tu, che ti dicevo stai dritta!, come se da quello potessero dipendere le sorti della tua salute. E ti ho telefonato tante volte, e ora non mi ricordo la tua voce, ti ho telefonato tante volte per non dirsi mai niente. E anche l’ultima sera, io ci avrei giurato che non lo era, che non era l’ultima sera, ti lasciavo dire che eri sempre stata in ansia per me, ma mica lo sapevo che era il tuo testamento

Mica lo sapevo che stavi morendo per davvero. Non ci ho mai creduto, quasi non ci credo nemmeno ora. Che ha smesso di respirare e non lo so il momento esatto in cui hai smesso di vivere, ma devi saperlo che io ti volevo qui, e viva, quando dicevi “ora muoio, così è meglio per tutti” e io ti dicevo “e muori, che lo dici sempre”, lo sai che non lo volevo dire per davvero. E parlavi sempre di me con Vera, l’unica che ti ascoltava, e potevamo dircele, un po’ di cose, invece di farci sempre del male.

Potevo anche dirti delle donne con cui passavo le speranze, potevo anche dirti delle donne con cui obliteravo le ore, e dirti di come speravo e smettevo di sperare.

Potevo dirti del lavoro, potevo dirti dei miei racconti, invece volevo solo che tu vedessi i miei lavori, gli articoli, i libri, senza dirti mai nulla di come mi sentivo, perché avevi sempre da criticare

Ma lo so che tu vedevi le cose come le vedevo io. Lo so che tu volevi solo il mio bene. E ora mi trovo qui a piangere da un’ora di fronte a questi palazzi di cemento e a questa alba rosa e azzurra e non c’è niente nella vita che mi dia gioia, e non c’è nessuno che mi possa amare come sentivo di essere amato da te.

Ho tanti guai,sono vecchio, la salute non va bene, penso che tra poco ti raggiungerò, non ci vorrà molto, e non so se voglio fare un figlio o se preferisco finire questa farsa della vita, che non ha senso nulla, non ha senso lavorare, non ha senso fare soldi che verranno mangiati da uno stronzo o da quell’altro, non ha senso essere sani e impegnarsi a essere forti per poi essere divorati dalle malattie, non ha senso amare se poi tutte le donne spariscono più veloci della luce, non ha senso amarle se poi per un’inquietudine, un litigio, una parola sbagliata, spariscono per sempre

Ma chi se ne frega ora.

È che non c’è una donna con cui vorrei fare un figlio o una figlia, eppure è tutto quello che dovrei fare, e in fretta. Altro non vedo, ho provato a essere bravo, ho provato anche ad andare in televisione, sono sempre rimasto nella mediocrità e nell’anonimato, non so più che cosa mi resta da fare, da provare. Potrei fare il giro del mondo, tanto lavorare non mi ha dato niente davvero, non so che cosa ho fatto per tutta la vita, almeno prima c’eri tu che leggevi i giornali, ma adesso non lo so. Adesso sta scomparendo tutto il mio mondo, sta andando in briciole, e non c’è niente che lo tenga attaccato.

Eri tu che tenevi il mio mondo attaccato.

Adesso vado a dormire. Non so chi troverò, simile a noi due, per costruire un piccolo mondo, per proseguire la vita. Altrimenti sparirò anche io, e non credo che ci rivedremo, perché l’aldilà non c’è, quando hai smesso di respirare nessun segno mi ha detto che eri qui con me. Io lo spero ancora, sai, mamma, lo spero ancora, spero che da qualche parte ci rivedremo con papà, e che sarà come quando papà se ne andava e chiudeva la porta, e tornava un’ora dopo essere andato via di casa, e ci abbracciavamo per la gioia, tutti e tre, perché volevate mettere in mezzo anche me, in questo abbraccio per la vita, per la vita futura. Siamo stati una famiglia, una famiglia sfortunata quanto poche, ma siamo stati una famiglia. E magari, se dio ci fosse, ci ritroveremo di là, saremo qualcosa tutti insieme, mamma, saremo qualcosa tutti insieme, papà. E ci riabbracceremo di nuovo, fragili e spaventati di esserci perduti così tanto a lungo.