LA LEZIONE DI KOULIBALY

DI DARWIN PASTORIN

Dall’arbitro Paolo Silvio Mazzoleni (che ha poi espulso un Koulibaly carico di tensioni e di nervosismo) agli altri giocatori di colore, dai due allenatori alla parte “sana” di San Siro. Non servono le “minacce” attraverso lo speaker, non servono a niente. Bisognava tornare negli spogliatoi e non giocare più.

Servono esempi concreti, non sofismi o le buone intenzioni della prossima volta. Siamo nel pieno di una deriva sociale e morale: e lo stadio, certo non da ora, diventa una cassa di risonanza per il dilagante becerismo. Ieri, quegli ululati hanno rappresentato una vergogna assoluta.

Lo dico da tempo: il nostro calcio dovrebbe chiudere i battenti per un po’ e riflettere sui propri mali, sulla violenza (soprattutto nei campi minori, dove giocano i nostri figli e i nostri nipoti) e sul razzismo, sulle parole che incendiano dando vita a fuochi pericolosi, a polemiche roventi; tante, troppe sono le parole sprecate, assurdamente sprecate.

Ma Koulibaly ha trionfato con le sue di parole, affidate al suo profilo social su Facebook. Leggiamo: “Mi dispiace la sconfitta e soprattutto avere lasciato i miei fratelli. Però sono orgoglioso della mia pelle. Di essere francese, senegalese, napoletano, uomo”. Otto a zero per Kalidou e fine del match.

Prendete il primo passaggio. I compagni intesi come fratelli. Mi sovviene la poesia “Goal” di Umberto Saba: “La folla – unita ebbrezza – par trabocchi / nel campo. Intorno al vincitore stanno, / al suo collo si gettano i fratelli. / Pochi momenti come questo belli, / a quanti l’odio consuma e l’amore, / è dato, sotto il cielo, di vedere”.

E poi, l’orgoglio di far parte del mondo. Di essere “francese, senegalese, napoletano”, un uomo che vede in ogni terra la sua terra, in ogni casa la sua casa. E io sento Kalidou come mio fratello. Io, che sono figlio, nipote e pronipote di migranti.