PASSAGGI DEL NOVECENTO. 2. DAL 24 MAGGIO AL 28 OTTOBRE

Ovvero, come nasce il fascismo
L’Italia, immagino, è l’unico paese al mondo a celebrare non solo la fine vittoriosa di una guerra ma anche il suo inizio. E a farlo, nella sua capitale, in una strada circondata dalle sue sedi istituzionali più importanti – la Presidenza della Repubblica, la Corte Costituzionale – e percorsa dal nuovo presidente all’atto del suo insediamento e da tutte le delegazioni ufficiali.
Oggi, nella stessa cerimonia iniziale, il luogo di arrivo si salda intimamente a quello di partenza, il Parlamento. Ma ai tempi del fascismo, la strada collegava politicamente il Quirinale con Via Quattro Novembre e con Piazza Venezia, l’Altare della Patria e, da ultimo Palazzo Venezia, luogo di lavoro del Duce e sede delle manifestazioni oceaniche che sancivano il suo legame con il popolo osannante.
Una scelta toponomastica che ne racchiude una ideologico-politica. Segnalando con assoluta chiarezza che, nella strategia e nella visione dei gruppi dirigenti di allora, il 24 maggio – leggi un’entrata in guerra imposta da una minoranza ad un parlamento recalcitrante e ad un paese in maggioranza ostile – apre la strada ed indica la via che porterà al 28 ottobre.
In Francia come in Germania, in Gran Bretagna come in Austria/Ungheria e nella stessa Russia, lo scoppio del conflitto era avvenuto in un clima di unità nazionale, momentaneo frutto di una duplice intossicazione ideologica: l’idea che l’evento fosse dovuto a colpe altrui e, soprattutto, che il suo esito sarebbe stato rapido e vittorioso.
L’Italia entra, invece, nel conflitto: di sua spontanea volontà; senza alcun richiamo all’unità nazionale, anzi in uno scontro frontale con socialisti, cattolici e, soprattutto, giolittiani (colpevoli, questi ultimi, proprio per le loro aperture nei confronti dei primi due); e soprattutto ignorando bellamente le risultanze del primo anno di conflitto, leggi che in una guerra di trincea, caratterizzata da continui inutili massacri, chi si difendeva era avvantaggiato rispetto a chi attaccava (e figuriamoci poi quando stava, come nel nostro caso, più in alto). Aggiungendo, a completare il quadro, che la sua è una guerra motivata dal “sacro egoismo”: gli interventisti democratici potevano sbandierare fratellanze democratiche e liberazione dei popoli oppressi, ma il governo Salandra/Sonnino entra in guerra in base alle promesse del patto di Londra, Istria, Dalmazia e, in aggiunta, anche una fetta di Turchia.
Stupidità e ignoranza? Mio padre ne era convinto, anche in base alle sue esperienze dirette: volontario della prima ora, era rimasto per oltre un anno fermo nel bresciano, in un reggimento di cavalleria, nell’attesa di vederlo impegnato, per la carica decisiva, insieme ai valorosi cosacchi del Don, nelle pianure ungheresi (nel frattempo i sullodati cosacchi erano stai forzosamente allontanati e di centinaia e centinaia di chilometri dal luogo dell’appuntamento; ma i nostri non se n’erano evidentemente accorti). Di qui il suo totale disprezzo nei confronti dei generali in generale, e dei generali piemontesi in particolare; giudizio assolutamente corretto, anche in base alle vicende del 1940-45…
Ma a saldare stupidità e ignoranza c’era la totale indifferenza nei confronti di milioni di soldati condotti al macello, morti dimenticati in decine e decine di battaglie “vittoriose”; criminali vili e disfattisti segnati a dito come responsabili dell’unica grandissima sconfitta.
Il risultato sarà un paese, caso unico tra le potenze vincitrici, ancora in guerra contro tutti: contro i suoi alleati che in nome dei diritti dei popoli erano venuti meno alle loro azzardate promesse, così da alimentare la leggende della “vittoria mutilata”; contro il mondo slavo e la minaccia bolscevica; e, a coronare e sintetizzare il tutto, contro i propri stessi cittadini.
Una guerra, attenzione: condotta su più fronti; e l’un contro l’altro armati. E perciò pressochè impossibile da mediare.
Mediabile forse la richiesta dei reduci, soprattutto contadini, di una vita migliore. E, ancora, lo scontro di classe tra operai e padroni. Ma troppo segnato da odio e incompatibilità reciproci, quello che separava leghe bracciantili e cooperative rosse dagli agrari della valle padana. E soprattutto la resa dei conti tra interventisti e neutralisti in Parlamento e, soprattutto, nel paese.
Il senno di poi e una dose eccessiva di revisionismo hanno portato, nel corso del tempo, ad attribuire ai socialisti, la responsabilità principale del disastro finale; quasi a suggerire che un loro diverso comportamento l’avrebbe potuta evitare.
In realtà, però, i socialisti non erano assolutamente in condizione di proporre alcunchè: e non solo per le loro divisioni interne e per la paralisi dei luoghi in cui erano forti – parlamento e istituzioni locali – ma soprattutto perchè lo scontro in atto era a somma zero. E poteva concludersi solo con la vittoria totale di una delle due parti.
E, in conclusione, questa vittoria non sarà quella delle bande fasciste che cacceranno sindaci e faranno bere l’olio di ricino ai capilega. O meglio non sarà solo quella. Ma sarà anche e soprattutto quella del blocco politico-militare che aveva prima scatenato la guerra e poi l’aveva fatta e vinta; e che considerava assolutamente intollerabile che socialisti e cattolici fossero in maggioranza in parlamento, che l’agitazione sovversiva fosse consentita e che gli ufficiali e i dirigenti interventisti fossero svillaneggiati nei luoghi pubblici.
Il 28 ottobre sarebbe stata resa loro giustizia. Sarà la vittoria di Mussolini che non a caso porterà al re “l’Italia di Vittorio Veneto”; e anche, per chiudere in tono minore e con una nota personale, di mio bisnonno, Ferdinando Martini. Prima, autentico e illustre liberale. Poi illustre esponente dell’interventismo. Poi convinto mussoliniano perchè non capiva perchè molti abitanti del suo collegio gli avevano voltato, per questo motivo, anche fisicamente le spalle.
Ai suoi funerali, autorità locali e nazionali del nuovo regime. Ma non i suoi due nipoti prediletti, mia zia e mio padre, che pur ne tramanderanno affettuosamente la memoria: la prima sarà poi medaglia d’argento della resistenza, il secondo rischierà di far parte dei martiri delle Ardeatine. Dopo, avremo un’altra storia e un altro e migliore paese.