BANGLADESH ELEZIONI, COME PREVISTO. VITTORIA GOVERNATIVA CONTESTATA. SI ALLUNGA LA SCIA DI SANGUE

DI ALBERTO TAROZZI

Tutto come previsto. Entrambe le parti in causa avevano dichiarato che non avrebbero accettato la sconfitta. Dal momento che sono i governativi a cantare vittoria inevitabile che l’opposizione non accetti. Le ragioni? Elezioni non trasparenti e soprattutto svoltesi in un clima di repressione poliziesca.

Che ci sia stata violenza è l’unica cosa certa. A oggi una quindicina di morti, da entrambe le parti. Non siamo ai livelli delle elezioni del 2014, ma se continua così ci potremmo arrivare.

Odio politico e odio familiare, intrecciati in una rete di violenze di lontane origini. Sheikh Hasina (71 anni) colei che appare come la vincitrice, è figlia di Sheikh Mujibur Rahman, colui che dichiarò l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan e ne fu presidente e primo ministro a partire dal 1971. Nel 1975 venne ucciso in seguito ad un colpo di stato organizzato dall’esercito. Prese il potere Ziaur Rahman, che fu a sua volta ucciso durante il colpo di stato del 1981. Khaleda Zia (oggi 74 anni), moglie di Ziaur Rahman è stata prima ministra del Bangladesh dal 1991 al 1996 e dal 2001 al 2006. Attualmente è in prigione con una condanna a 17 anni, accusata di essersi appropriata di fondi destinati a un orfanotrofio. Il figlio Tarique, condannato all’ergastolo è in esilio a Londra.

A confronto i partiti delle due donne: l’Awami league di Hasina e il Bnp (Bangladesh National Party) di Zia. Entrambe devono qualcosa ad un loro parente assassinato: al padre Hasina, al marito Zia. Il candidato dell’opposizione, un Fronte nazionale che incorpora il Bnp, è un avvocato di 82 anni a capo di un partito minore che fa parte del Fronte: l’avvocato Kamal Hossain. L’età dei protagonisti di tutta la vicenda sta a testimoniare che dietro di loro si celano storie di odi e di sangue che coprono l’ultimo mezzo secolo di storia del paese.

Quali siano i referenti esteri delle parti in causa non traspare dalle cronache nelle quali è già tanto non incorrere in sviste sul genere di candidati (Televideo ha parlato della Hasina come se si trattasse di un maschio). Human Rights Watch, che nei suoi rapporti pare non prediligere i nemici dell’Occidente, si è soffermato sul panico determinato dall’apparato repressivo del governo. Pure il Bangladesh soddisfa alcuni dei parametri dell’economia neoliberista e si fregia del rispetto dei diritti dei rifugiati: un pil in crescita del 6% e una politica dell’accoglienza encomiabile nei confronti delle minoranze Rohingya perseguitate, in fuga dalla Birmania.

Poi si sa, alla prova dei fatti l’aumento elevato del pil determina quasi sempre aumento delle diseguaglianze e della delusione delle aspettative create dalla crescita. E l’accoglienza verso lo straniero non fa nemmeno il solletico agli indigeni che vivono in miseria, quando per di più si moltiplicano le incarcerazioni e le minacce contro le opposizioni come quelle denunciate da Hossain.

Sulla carta Hasina avrebbe comunque diritto ad esercitare il potere per un quarto mandato, ma che il clima fosse rovente prima ancora di cominciare lo si poteva capire dal fatto che entrambi i partiti avevano dichiarato che non avrebbero accettato l’esito delle urne, se perdenti.

La parola, adesso, alla Commissione elettorale. Almeno dal punto di vista giuridico. Ma le prime notizie di agenzia parlano di una maggioranza schiacciante di seggi (191 contro 5) a favore dei governativi. La previsione è però che lo scontro si possa sviluppare nelle piazze e che si dovrà ancora versare del sangue, vista la storia di odio che ha caratterizzato quell’angolo del mondo e che sembra dover durare all’infinito.

Una storia sconosciuta a quasi tutti noi, ma che possiamo vedere riflessa nello sguardo febbrile dei tanti “Bangla” che in questi giorni mantengono aperti al pubblico i loro negozi, nelle nostre città.