CONTE CITA MOLIÈRE E FINISCE MALISSIMO L’ANNO

DI ANGELO D’ORSI

Giuseppe Conte, un signore divenuto giovanissimo professore ordinario diciamo in modo piuttosto sospetto, un signore che, indicato per formare il governo degli opposti-che-si-attraggono, ha provveduto immantinente a truccare il proprio curriculum professionale, un avvocato dei ricchi, che frequenta i ricchi, che si accompagna a una signorina appartenente alla borghesia degli affari e dei commerci romana, ebbene questo avvocato-professore, non designato da alcun consesso elettorale, divenuto per uno strano caso del destino presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di fine anno – torrentizia ed elusiva – tra le tante parole vane, le mezze promesse, le mezze minacce, si è lasciato sfuggire una frase rivelativa, a proposito del blocco dell’indicizzazione delle pensioni (superiori ai 1500 euro): “È solo un raffreddamento. Non se ne accorgerebbe neanche l’Avaro di Molière”.
Cattivo gusto, indecente disprezzo per quel “popolo” che egli dovrebbe “difendere”, arroganza di chi, senza titolo (né intellettuale, né politico e men che meno etico), pretende di “guidare” l’Italia, in combutta col gatto e la volpe.
Strana logica quella dei sedicenti o cosiddetti “populisti”: pronti a parlare in nome del popolo, al quale attribuiscono ogni fonte di legittimità, e altrettanto pronti a calpestarne i diritti, a deluderne le attese, a ignorarne i bisogni. Una manovra finanziaria che rovescia le incaute promesse generalizzate (abbasseremo le tasse), finisce per aumentarle – come ha certificato l’Ufficio parlamentare di Bilancio – sia pure in modo bislacco, per favorire, in linea teorica e in una misura ancora non definita e con modalità non chiarite, categorie di cittadini che dovrebbero corrispondere all’elettorato delle due forze di governo. Una manovra che toglie fondi all’Università, che colpisce il Terzo settore, che rischia di far morire la stampa minore, e far perdere miglia di posti di lavoro in quell’ambito, una manovra che accresce i rischi di infiltrazione mafiosa negli appalti, eliminando le gare fino a una somma cospicua (150 mila euro), e via seguitando, in un insieme confuso, contraddittorio – che cerca di evitare le sanzioni della UE, ma nel contempo deve non scontentare l’elettorato –, sostanzialmente dominato dalla iniquità e dalla evanescenza, dalla superficialità e dalla inconsistenza teorica.
Una manovra non discussa in Parlamento, e approvata manu militari addirittura prima che se ne conoscessero i dettagli. Una cosa mai vista anche in un sistema post-democratico che da oltre un quarto di secolo vede il potere Legislativo sottomesso all’Esecutivo; così viene ridotto a mera finzione.
Ebbene, in questo marasma antidemocratico, di cui la legge di Bilancio è eloquente rappresentazione, legge dalle assai dubbie conseguenze positive in termini di miglioramento delle condizioni di vita di un popolo, a cui si è annunciato di aver “abolito la miseria”; in questo bosco di incompetenza e arroganza, il prof. avv. Giuseppe Conte si permette una battuta come quella surriferita. Se avesse dei meriti basterebbe quella battuta a cancellarli. Siccome non ha merito alcuno, neppure quello di tentare di salvare la propria dignità, lui, mediocre portaborse dei suoi “vice”, il sedicente presidente del Consiglio chiude l’anno in modo indecoroso, in linea con gli atti precedenti, fin da quando ascese a Palazzo Chigi, per una bizzarra congiuntura astrale, o forse per effetto di un intervento miracolistico del santo di cui si dichiara devoto. A lui ci rivolgiamo per chiedergli di tener d’occhio il suo protetto (se tale è), per impedirgli di incappare in altri rovinosi inciampi.