“SUSPIRIA” O LA DANZA DELLE STREGHE SECONDO GUADAGNINO 

DI MICHELE ANSELMI

Michele Anselmi per Cinemonitor
Occhio all’orologio. “Suspiria”, l’originale di Dario Argento, durava 95 minuti; l’atteso remake che Luca Guadagnino manda nelle sale il 1° gennaio, dopo il passaggio in concorso alla 75ª Mostra, ne dura 152. In pratica un’ora di più. Il che è molto in linea con l’idea di cinema oggi professata dal regista di “Chiamami col tuo nome”. Più o meno: “L’arte umana non si basa sull’invenzione e l’originalità, ma sul trovare un nuovo punto di vista”. Oddio, pare che all’inizio Argento non fosse proprio felice del rifacimento, ma poi, incassati i congrui diritti, le cose si sono appianate, e una scritta che attesta una sorta “di collaborazione” tra i due registi compare sui titoli di coda in stile pop, prima di una finalissima scena a sorpresa.
Uscito in Italia nel febbraio 1977, “Suspiria” era ambientato in una scuola di danza di Friburgo, e non custodiva, nonostante il riferimento nel titolo al romanzo “Suspiria De Profundis” di Thomas de Quincey, soverchie ambizioni d’autore: doveva essere una fiaba nerissima (anzi rossissima) capace di spaventare il pubblico facendolo sprofondare in una dimensione non più solo “gialla” ma di gusto soprannaturale.
Guadagnino invece che fa? Contestualizza e storicizza, un po’ come aveva fatto con i riferimenti a Grillo, Craxi e alla battaglia di Fellini sugli spot in “Chiamami col tuo nome”. Quindi ambienta il suo “Suspiria” proprio nel 1977, in una Berlino ricostruita in parte a Varese, e immerge la storia di streghe madri e figlie in una Germania non del tutto de-nazificata, scossa dalle azioni terroristiche della banda Baader-Meinhof: sequestri, dirottamenti aerei, infine il controverso suicidio nel carcere di Stammheim. L’ambizione, appunto, è di alzare il tono del racconto, pure evocando gli anni delle rivoluzioni femministe e i discorsi sull’inconscio, ma senza rinunciare al consueto caleidoscopio cinefilo, fatto di strizzatine d’occhio. Per dire: la donna-fantasma creduta morta in un lager è Jessica Harper, che del primo “Suspiria” fu la protagonista, nei panni di Susie Bannion.
Susie ha ora le fattezze birichine e i lunghi capelli rossi di Dakota Johnson, che arriva a Berlino dal lontano Ohio per frequentare la prestigiosa scuola di danza diretta da madame Blanc, cioè Tilda Swinton, fisicamente una specie di Pina Bausch, la caposcuola del Tanztheater. Ma qualcosa in quella scuola-gineceo non torna: alcune giovani ballerine cominciano a scomparire durante le lezioni e un anziano psicoanalista vedovo, incarnato da Lutz Ebersdorf (il nome dell’attore è fasullo, custodisce una sorpresa cara ai “guadagninati”), si mette a indagare su quelle sparizioni. Il resto lo potete immaginare se avete visto “Suspiria”, anche se Guadagnino non vuole essere da meno di Argento in materia di crudeltà tendenti al profondo rosso, in un crescendo di ossa fracassate, arti disarticolati, corpi uncinati, fiotti di sangue, teste quasi mozzate.
“Ogni film che realizzo è come un esordio per me: un nuovo inizio che parte dalle memorie che hanno costruito il mio immaginario” spiegò Guadagnino sul catalogo della Mostra veneziana. Come era successo con “A Bigger Splash”, che risuolava liberamente “La piscina”, anche qui il regista italo-algerino sembra dirci: “Suspiria” è un pretesto, io allargo il discorso, alludo, potenzio e metaforizzo. Non a caso, nel sabba finale in chiave di dionisiaca coreografia, paiono evocati i corpi nudi e ammassati del pasoliniano “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, mentre lo psicoanalista rinfaccia alla sempre più ambigua Susie: “Puoi spacciare per veri i tuoi vaneggiamenti. Le religioni funzionano così, anche il Terzo Reich funzionava così”. A me sembra una solenne sciocchezza.
Sei capitoli più un epilogo compongono il nuovo “Suspiria”, che esce in Italia distribuito da Videa anche se ha prodotto Amazon con contributo del Mibac. Di sicuro Guadagnino pigia lacrime, tenebre e sospiri in questo gotico tedesco, livido e fiammeggiante allo stesso tempo, esteticamente molto accurato nei suoi riferimenti cromatici, tra grigi e marroni, al cinema di Fassbinder, punteggiato dalle musiche di Thom Yorke, il leader dei Radiohead. Pare che, sotteso, ci sia un discorso critico sul Potere Americano. Ogni tanto io ho sbadigliato, ma debbo riconoscere che, rivisto in questi giorni, mi ha annoiato anche il primo “Suspiria”. Il problema, quindi, dev’essere tutto mio.