UN SUSPIRIA CI BASTA. GUADAGNINO PASTICCIA A VUOTO CON LE STREGHE E LA SHOAH

DI LUCA MARTINI
Che Luca Guadagnino abbia perso nella lungaggine un po’ presuntuosa delle ultime opere il suo sensuale touch, così gradito o così snobbato – da sempre divide – da critici e platee?
Qui parte in sfida con il Dario Argento più sovrannaturale e metafisico, si ispira a Suspiria – nessun remake vero in senso tecnico – e spalma su 150 minuti una storia di ballerine e di streghe (prese da Dario A.) ambientata sotto il muro di Berlino Ovest (novità di Luca G.). Cuoce il tutto in salsa lenta in una mezza dozzina di cornici e siparietti in cui si assiste tra l’altro alla via crucis di un vecchio psicoanalista tedesco; da per sfondo le azioni terroristiche della banda comunista combattente di Ulrike Meinhof; filosofeggia in un interminabile sabba finale, dedicato alle tre infernali (o paradisiache) madri, che diventa una resa dei conti del e sul femminile appartenente più al registro del grottesco che a quello dei film de’ paura.
Già perché Suspiria (qui il trailer) non è affatto un horror, non ne ha il passo, la ferocia, il taglio secco di montaggio, la leggerezza sovrana che presiede ogni massacro, mutilazione, trasformazione, suppurazione, esplosione, urlo, furore e lamento.
Sembra quasi a tratti che Dakota Johnson e Tilda Swinton (anche nei panni – chissà perché – del decrepito analista), più il resto della compagnia, siano state radunate da un parodista dello Shakespeare dei sogni di mezza estate o, qui, degli incubi di pieno inverno.
Il consueto (per Luca G.) lavoro quasi filosofico sui generi diventa un pasticciaccio sui generis, in cui anche la calligrafia (e il montaggio) dovrebbe farsi contenuto, ma produce solo accumulo, anzi un cumulo babelico di piste percorse fino in fondo a tentoni, cosicché alla fine va in scena soprattutto lo spreco (pure quello del talento di Luca G.).
Ma a parte questo il regista perde secco due volte: perché non colpisce al cuore lo spettatore ‘portandolo da un’altra parte’ – è la caratteristica di tutto il cinema buono – e lo fa sbadigliare fino a slogamento della mascella immergendolo in un brodo di tinte vintage molto, molto spente.
P.S.: Non ci credete? Preferite credere ai critici del 10 e lode? Okay andate a vederlo e poi datemi un colpo di telefono. A me dà anche fastidio vedere miscelare l’orrore dei lager, la Shoah, con tanto baracconissimo Kitsch, ma forse sono diventato troppo sensibile. Viva comunque Dario A. e la sua semplice ed efficace fiaba neogotica dai colori fluo.