BRASILE: BOLSONARO SI INSEDIA E DICHIARA GUERRA AL POPOLO

DI FRANCESCA CAPELLI

La lotta alla corruzione in questo periodo in Sudamerica si porta un po’ con tutto. In particolare come promessa elettorale o per mettere fuori gioco un avversario politico. Jair Messias Bolsonaro, neo presidente del Brasile (al centro, nella foto), l’ha usata in entrambe le circostanze. E l’ha ribadito in occasione del discorso che, il primo gennaio, ha inaugurato il suo mandato. L’ha ribadito ricompensando Sergio Moro, il grande accusatore dell’ex presidente Lula, con il superministero della Giustizia, che gli consente anche i controllo delle forze di polizia (www.alganews.it/2018/11/03/e-dopo-aver-distrutto-lula-a-sorpresa-sergio-moro-diventa-ministro-di-bolsonaro/). Sullo scandalo che l’ha coinvolto pochi giorni prima dell’insediamento (www.alganews.it/2018/12/08/brasile-bolsonaro-coinvolto-in-presunto-scandalo-di-fondi-neri/), ha probabilmente preferito soprassedere. E tutto sommato anche noi, visto che se fosse costretto a rinunciare alla carica, subentrerebbe il suo vice, un militare ancora più conservatore.
Il discorso inaugurale di Bolsonaro è stato infarcito di frasi omofobe e misogine, in una dichiarazione di guerra al marxismo da estirpare dalle scuole (come se brulicasse tra docenti, nei programmi e nei libri di testo), all’uguaglianza di genere e al politically correct. A cui contrapporre l’esaltazione della famiglia e delle tradizioni giudaico-cristiane. Lo stesso Bolsonaro è membro di una setta evangelica di estrema destra. Un invito a nozze per i giornali italiani, indecisi tra l’aver trovato un nuovo Hitler o un nuovo Salvini. L’amicizia con i primi ministri di Israele, Benjamin Netanyahu, e Ungheria, Viktor Orbán, gioca a favore della seconda ipotesi.
Ma per capire cosa aspetta il Brasile nei prossimi 4 anni, bisogna allontanarsi da ciò che è fine e non impegna, ossia dalle provocazioni che tanto ci indignano e ci fanno sentire inequivocabilmente “quelli buoni al di là del muro” (tanto per citare una vecchia canzone del sottovalutato Luca Barbarossa). Allontanarsi dal sentiero battuto, per recuperare una vecchia pratica politica ormai desueta: il conflitto di classe. E allora si vedrà che quello che sta per venire è molto, ma molto peggio di ciò che pensavamo.
Cominciamo dal salario minimo, che passa da 954 reaís (246 dollari) a 1002 reaís (257 dollari). Un aumento inferiore di tre dollari rispetto a quello già stabilito, per il 2019, dall’ex presidente Michel Temer. E se in Europa possono sembrare pochi spiccioli, non è così per una famiglia povera monoreddito brasiliana. La classe operaia andrà in paradiso.
Altro tema caldo, le terre alle popolazioni native. L’identificazione e assegnazioni delle riserve, finora, era opera della Fundación Nacional del Indio (Funai), responsabile delle politiche indigene e dipendente dal ministero di Giustizia. Ora le sue funzioni sono stato avocate a sé dal ministero dell’Agricultura, dove la fanno da padrone grandi proprietari terrieri: saranno loro a decidere quante e quali terre andranno alle comunità indigene o quilombola (ossia i discendenti degli schiavi neri fuggiti dalle piantagioni). Non che la cosa debba sorprendere: Bolsonaro l’aveva annunciato, dato che l’assegnazione di terre alle comunità ostacola lo sfruttamento minerario del paese.
Il nuovo ministro dell’Educazione, l’ex capitano dell’esercito Ricardo Vélez Rodríguez, ha annunciato che verrà smantellata la Segreteria per l’Educazione continua, alfabetizzazione, diversità e inclusione (Secadi), creata nel 2004 durante il governo di Lula per rafforzare l’educazione di quei gruppi (come gli afrobrasiliani) storicamente esclusi dall’istruzione. Ma da qui, in un’Europa che ha sconfitto l’analfabetismo nel corso del Novecento, ci piace preoccuparci esclusivamente per la battaglia gender. Non che non sia stata dichiarata la guerra alle associazioni GLBT. Ma è stata dichiarata soprattutto ai poveri. Quelli che grazie a Lula avevano trovato un riscatto sociale, attraverso politiche di welfare e di inclusione.
Intanto il neoministro all’Economia, il neoliberale Paulo Guedes, ha già pronto un decreto di riforma del sistema pensionistico che consentirebbe un risparmio di 50mila milioni di reaís (12mila 900 milioni di dollari) nei prossimi dieci anni. Indovinate a spese di chi.