I POVERI NON SONO POVERI: HANNO TUTTI UN DIVANO SU CUI DORMIRE SERENI

DI ALESSANDRO ROBECCHI

Chiedo scusa e perdono se inizio l’anno parlando di una cosa poco glamour, un po’ démodé, fastidiosa da pensare, specie dopo i festeggiamenti di fine anno: i poveri.

Come da manuale, dovrei mettere qui in fila alcune manciate di cifre su quanti sono, quanto sono aumentati negli ultimi anni, origine e provenienza, struttura dei nuclei famigliari, fascia d’età eccetera, eccetera, ma non credo sia il caso. Basta cogliere fior da fiore da tutti gli istituti statistici e di ricerca, istituzionali, pubblici, privati, centri studi, organizzazioni no profit e umanitarie, e tutti i numeri più o meno convergono: un quarto della popolazione europea (123 milioni) è a rischio povertà o esclusione sociale; in Italia vivono in povertà assoluta più di cinque milioni di persone. Ma le parole sono leggere e la situazione è pesante. Per esempio sono molti di più di cinque milioni (per la precisione, secondo l’Istat, 9 milioni) quelli che non riescono a riscaldare decorosamente l’abitazione, cioè c’è molta gente molto povera che non riesce nemmeno ad entrare nelle statistiche dei poveri assoluti, sono poveri relativi, diciamo, si sistemano in un angolino delle classifiche e se ne stanno lì buoni buoni. E aumentano.

Intanto i poveri, poveracci, sono in prima fila loro malgrado nella battaglia della propaganda. Il festante “abbiamo abolito la povertà” di Di Maio ricorda da vicino il trionfale “abbiamo abolito il precariato” di Renzi, roba buona per il titolo del giorno dopo e tutti i sarcasmi degli anni a venire.

Interessante, però, come una strana figura di “povero” abbia invaso il dibattito pubblico, il chiacchiericcio da talk show, la teoria economica. Una situazione di disagio reale e diffuso è stata trasformata in macchietta, in grottesca caricatura da commedia all’italiana. Nel dibattito politico sul reddito di cittadinanza (a prescindere da cosa ne verrà fuori realmente), il principale problema è incrociare la parola “povero” con trucchetti di sopravvivenza alla Totò. Ci saranno i “furbi”, quelli che truccano l’Isee, quelli che aspettano la manna dallo Stato per girarsi i pollici o lavorare in nero, eccetera eccetera. Se un marziano sbarcasse qui senza sapere nulla e assistesse basito a un paio di talk show penserebbe che “povero” significa “creatura improduttiva e pigra del Sud che sta su un divano”. Divano è la parola che ricorre di più, una specie di immagine ormai proverbiale: il povero sta sul divano e aspetta assistenza.

Se guardate attraverso questa filigrana potete vedere molte cose. I grandi luogocomunismi della storia economica nazionale, per esempio. I terroni che non hanno voglia di lavorare e che ci invadono (detto mentre l’emigrazione interna faceva fiorire le fortune dei grandi industriali). Il mantenuto. Il sussidio. L’assistenzialismo, e insomma, signora mia, li paghiamo per non farli lavorare, seduti sul loro divano (ci mancherebbe).

Siamo sempre lì, insomma, alla colpevolizzazione del povero, che un po’ “non ha voglia”, un po’ “è colpa sua” (traduco: non si è sbattuto abbastanza) e un po’ fa il furbo per grattare qualche euro qui e là.

Ecco fatto: è bastato qualche mese di (sconclusionato) dibattito per risolvere in qualche modo il problema dei poveri, trasformati dai ricchi che ne parlano in pubblico in meri possessori di divani e potenziali truffatori.

Si perpetua così l’atavica diffidenza borghese per la povertà, e soprattutto si impedisce una seria riflessione sull’intero sistema economico. Se negli ultimi decenni i poveri sono aumentati come dicono tutti, e la loro distanza dai ricchi è diventata siderale, significa che il sistema non regge e non funziona, ma è un discorso che pare rischioso affrontare. Dunque, meglio continuare con la narrazione del finto povero che se ne approfitta: non costa niente e nasconde i poveri veri.