IL MIO INCUBO SI AVVERA: CON BOLSONARO, IL BRASILE TORNA AI MILITARI

DI DARWIN PASTORIN

No, non era un incubo. E tra i peggiori. È realtà, una tristissima e preoccupante realtà: Jair Bolsonaro, 63 anni, politico della destra più estrema, un personaggio che odia le donne, gli omosessuali, i neri e le popolazioni indigene, è stato eletto, a Brasilia, trentottesimo presidente del Brasile.

Un successo ottenuto grazie a un “golpe mediatico”, ovvero alla potenza dei social e alla forza delle fake news. Oltre, ovviamente, alla condanna senza prove di Lula e all’impeachment di Dilma.

Ma non è questo. Il Brasile, dopo la fine della dittatura militare, cominciata nel 1964 e finita nel 1985, gli anni felici delle utopie realizzate (e anche con diverse ombre) dal Partito dei Lavoratori al governo, sta ritornando indietro nel tempo. Alle crociate razziste, alla cancellazione dei diritti civili, dei sindacati, all’emarginazione della sinistra. Un Brasile non più terra del futuro, secondo la profezia di Stefen Zweig, ma un Brasile che ha scelto di precipitare ancora nel buio e nelle tensioni; saranno, soprattutto uomini in divisa a governare, leggete la biografia di Bolsonaro: è fatta di niente, di parole che feriscono, di progetti assurdi. Eppure, è stato eletto. Democraticamente, non ci sono dubbi, con il 55% dei voti: ma nella democrazia del Regno dei Social, che è un tipo di democrazia dove poco è vero e tanto, troppo è falso.

Anche il calcio si è schierato, salvo qualche eccezione, Juninho Pernambucano ad esempio, a favore di Bolsonaro: Ronaldinho, Neymar e Felipe Melo, tra i più in vista. Così, mentre Jair Messias Bolsonaro, parlava e straparlava nel suo primo discorso ufficiale, mi consolavo pensando a due indimenticabili e coraggiose figure del mondo del football: João Saldanha e il dottor Sócrates.

Saldanha, intellettuale, tra i leader del movimento studentesco, da sempre iscritto al Partito Comunista Brasiliano, diventò un affermato allenatore, arrivando a conquistare la panchina della nazionale verdeoro. È lui a trascinare la Seleçao ai mondiali messicani del 1970 vincendo tutte le partite di qualificazione e inventando quella superba squadra dove in attacco giocavano quattro numeri “10”: Pelé, Rivelino, Gerson e Tostão. In vista della partenza per la Coppa, il generale Emílio Gazzastazu Médici, capo di un governo di destra, pretende la convocazione del proprio idolo: Dario dell’Atletico Mineiro. Saldanha dice no, sfidandolo apertamente: “Lei nomina i suoi ministri, io scelgo i miei giocatori”. Morale della storia: Il tecnico viene esonerato, Dino Sani rifiuta, con un nobile gesto, di prendere il suo posto, Mario Lobo Zagallo accetta immediatamente. E con la squadra di João trionfa in Messico, 4-1 in finale all’Italia di Ferruccio Valcareggi.

Sócrates fu uno dei protagonisti, grazie alla “Democrazia Corinthiana”, il socialismo applicato al calcio, della fine della dittatura, tra coloro che contribuirono a far diventare il Brasile un popolo libero. L’uomo che leggeva Gramsci e Marx, lottò, sui campi di pallone, per invitare la gente ad aprire gli occhi, a chiedere l’elezione diretta del presidente, a pronunciare, in maniera forte e chiara, quella parola vietata in tutto il Sudamerica: “Democrazia”.

Oggi Saldanha e Sòcrates non ci sono più. E il mondo del pallone pensa ai propri interessi. Come l’Italia, che, con la Lega di Serie A, ha deciso di disputare la finale della Supercoppa italiana tra Juventus e Milan in Arabia Saudita, il 16 gennaio a Gedda. Il caso Khashoggi, i settori separati allo stadio per donne e uomini: niente da fare, il pallone deve rotolare. A colpi di milioni di euro.