IL RAGAZZO DI PONTE VECCHIO

DI GIOVANNI BOGANI

 

E’ una sera profumata, una sera di quasi estate. E’ una notte bella che sta per venire, è la promessa del calore, della luce. Luca in giro, che di solito ci va così poco, fuori. E’ vicino al fiume, lì dove c’è ancora la faccia della città. Dove c’è poco traffico, e riesce persino a dimenticare le vetrine dove i vestiti sono esposti come gioielli, i segni di un mondo che non riesce da tempo a decifrare. Non la riesce a capire, questa città. E neanche le sue false trattorie rustiche, piene solo di stranieri ai tavoli, ad ammirare lo spettacolo d’arte varia dei cuochi cialtroni e volgari, della loro arroganza teatrale ad uso di stranieri ammirati, non ha voglia di guardare le loro mani enormi e i loro grembiuli ostentatamente sporchi. Non è la sua città, è una città su misura di american express gold, è un parco di divertimenti che lui guarda senza entrarci, come i bambini fuori dal vetro del ristorante.

Ma c’è un suono, da qualche parte, un suono che lo guida. Un suono che non gli è nemico. Non è un suono da discoteca, non è una musica di sottofondo per aperitivi a trentadue denti, non è lo spingere dei bassi di un’auto con lo stereo che mostra i muscoli. E’ qualcosa che conosce. Ed è proprio in mezzo al ponte, lì dove sta in equilibrio la città. Lì dove la città si tiene tutta insieme, stai fermo lì e la tieni tutta tra le dita, con il fiume come un’autostrada che corre verso due infiniti opposti, il respiro corre inseguendo un orizzonte ignoto, da una parte montagne che non si vedono, dall’altra un mare, ugualmente nascosto, negato, ma lo sai che c’è. C’è un mare, e una luce, e un oceano, e un vento forte che ti arriva in faccia. E da una parte c’è il Rinascimento, palazzi fermi per la foto di squadra; dall’altra la città che una volta era città degli artigiani, delle mani, delle voci, la città delle strade strette e dei calzolai, dei fibbiai, dei corniciai, dei rivenditori di tutto quello che si rovesciava dalle cantine. La città del vino in caraffa, senza nome, la città della piazza con i freak, quelli che erano stati in India e i cani che comandano, e passano in rassegna i soldati. La città del Quartiere latino, dell’olio e del vino, dei libri usati, dei dischi usati, dei vestiti usati. Chissà che cosa è rimasto, forse niente. Il popolo dell’eterna sera, che bivacca lì, a Campo de’ Fiori di Fiorenza, tra gli angeli con i piedi sporchi e i camicioni chiamati desiderio.

Lì, in mezzo a quel punto di equilibrio, dove stavano sospese le due anime della città, c’era un ragazzo con una chitarra.

Intorno, il ponte più bello del mondo. E la voglia di trovarlo, anche lui, un equilibrio, tra una città e un’altra, uno stato e un altro, una solitudine e un’altra. Di trovare il punto esatto intorno a cui si possa avvitare un’esistenza. Il punto da cui si possa guardare tutto. Vedere scorrere il fiume, e risalirlo con gli occhi.

Se passi dal Ponte, una di queste sere di quasi estate, tra i turisti americani e gli innamorati, lo senti suonare. Lui ritrova quello che i cantautori italiani e americani hanno scoperto, anni fa. Musica leggera come i passi della gente. Che passa da quel ponte per un attimo, e poi prosegue il suo viaggio.

Lui, però, sarà lì anche domani. Con la chitarra. Il suo regno è un quadrato di pietra, nel centro esatto della città più scenografica del mondo.

Sul ponte, c’è il cantautore che Luca conosce. Suona bene, troppo bene per essere lì. Ha voglia di cantare ninne nanne alla gente, ha voglia di sprezzante fiera libertà, ha voglia di dolcezza. Ha voglia di sentirsi cittadino del mondo, dentro questa città che ti si chiude addosso. Vede passare l’America davanti alla sua chitarra, al suo amplificatore che non va, alla sua custodia aperta piena di monete. Vede passare l’America, e non ci è andato mai. Questa sera è di cattivo umore. Forse perché l’amplificatore non suona bene, forse perché la gente parla. Mica ci pensa, la gente, che fa del male, gridando come gabbiani con le flip flap ai piedi, bevendo e leccando gelati, facendosi fare la foto sul ponte.

Lui canta, e ci crede, e lo senti che ci crede, alle canzoni che fa. Lo senti che gli piacciono, quelle storie che intravede dentro le canzoni. Lo senti che gli piacciono quelle briciole di atmosfera che porta dentro quel ponte, che porta dentro quella città.

Lo senti che gli piace quell’insolito amore che porta dentro la notte. Lo senti che gli piace, quella vita metà vagabondo metà padrone dello sguardo degli altri, lo senti che gli piace essere il principe, lo senti che gli piace l’eleganza del gesto con cui suona la chitarra, lo senti che gli piace che la sua voce esca bene fuori, lo senti che gli piace tenerli tutti inchiodati, sbigottiti, che per due minuti o due ore restano lì in mezzo a quel ponte, senza andare più avanti, lo senti che gli piace quell’aria di college americano incastonato nel Rinascimento, e intorno tutto vive, respira, passano i vigili e i venditori senegalesi, studenti in bicicletta,

passano figlie e madri, passa una donna indiana in sari, seta azzurra sopra un ponte d’ambra, passano due che poi andranno a fare l’amore, passa una ragazza magra che si ferma e lascia una moneta, passano dei partecipanti a un congresso con ancora i badge addosso, passa anche questa sera, passa anche questo blues nell’anima,

passa anche quest’ora d’acqua e di luna,

passa anche quest’ora di attesa, passa anche quest’ora di strada senza lavoro e senza amore, passa anche quest’ora ladra del tuo tempo, e della tua vita, come tutte, passa anche quest’ora invisibile,

tu invisibile aggrappato alle note di un cantante per non dissolverti, passa anche quest’ora cometa, quest’ora senza mèta, quest’ora di note, questa notte di blues, quest’assolo forzato, questo magnetico affondare, questo facile passare di scena. Passa anche questo passare.