SI DEVE OBBEDIRE AD UNA LEGGE CHE SI RITIENE INGIUSTA?

DI GUIDO MELIS

La questione che si sta discutendo appassionatamente in questi giorni (se sia giusto cioè disobbedire alla legge, quando la legge confligge con i principi dell’etica) è un nodo fondamentale della storia stessa del pensiero occidentale. E’ il dilemma di Antigone. Si deve obbedire a una legge che si ritiene ingiusta? Chi ha il dovere di applicare le leggi, può contravvenire a questo suo dovere, che si esplica nel giuramento prestato?
A questo interrogativo cruciale se ne contrappone, nella discussione in atto, un altro, altrettanto rilevante, che attiene ai principi fondamentali che reggono lo Stato, e in particolare lo Stato democratico, nel quale cioè – attenzione – non viga una tirannia ma imperi ancora la legge, per quanto ingiusta essa sia o sentita come tale; legge frutto – bene o male, con pratiche più o meno discutibili come sono i voti di fiducia a ripetizione – di procedure previste dalla Costituzione democratica.
Si possono violare le leggi così configurate? Cosa accadrebbe se in un tale ordinamento i cittadini potessero rivendicare il diritto alla disobbedienza alla legge “legittima”?

Si badi. Metto le virgolette all’aggettivo “legittima” riferito a “legge” perché non posso negare e non nego affatto che le norme di cui si discute, sino a quando la Corte costituzionale (come mi auguro) non le “delegittimi”, dichiarandone l’incostituzionalità, siano da considerarsi “legittime”.
Ma tuttavia sono al tempo stesso, con tutta la mia convinzione “contro” quella legge, che considero profondamente ingiusta, e immorale.

L’interrogativo, l’alternativa, è di una tale dimensione da non consentirci di liquidarlo con una alzata di spalle. Perché a favore di entrambe le due tesi (la legge dello Stato, la legge dell’etica) militano ragioni molto solide.
La legge dell’etica avrebbe la prevalenza se fossimo, oggi in Italia, in un regime liberticida e apertamente anticostituzionale: possiamo dire di essere in questa condizione? Possiamo affermarlo in coscienza, al di là della sacrosanta critica di questi e di altri provvedimenti di questo sciagurato governo?

E’ già successo in passato che, di fronte all’applicazione di una legge ingiusta, sentita moralmente come ingiusta, rappresentanti delle istituzioni, tenuti per funzione ad applicarla, abbiano reagito contro quella norma.
Faccio un caso, di qualche anno fa. Un eminente prefetto della Repubblica, che è anche per caso (o forse no) un mio carissimo amico, fu chiamato ad applicare una direttiva del suo ministro che prevedeva la rilevazione delle impronte digitali dei bambini Rom. Egli ritenne in coscienza di non poter applicare quella direttiva. E si dimise da prefetto, ponendo fine alla sua carriera.
Non agì cioè “contra legem”, ma oppose un rifiuto morale, personale, di altissimo significato etico prima ancora che politico.
Pagò il prezzo delle dimissioni, anche, se così si può dire.

Mi sembra che i sindaci che non intendono applicare la legge ingiusta sull’immigrazione, nell’attesa che la Corte costituzionale si esprima e la certifichi come ingiusta, non abbiano altra strada che quella di seguire l’esempio che ho citato.
Una dimissione in massa di sindaci, in tutta Italia, sarebbe un segnale politico fortissimo, e al tempo stesso non creerebbe un vulnus (una ferita irreparabile). Non sarebbe cioè un precedente di violazione della legge che non potrebbe non riverberarsi, in quanto precedente, anche sul futuro.
Personalmente non sono mai stato e non sono favorevole all’obiezione di coscienza di certi medici italiani nei confronti della legge sull’aborto. E trovo francamente singolare che questo comportamento sia stato e sia tollerato per amor di pace da governi di tutti i segni politici.

E se domani avessimo un governo di altro segno politico dall’attuale (come mi auguro), e i sindaci in quel contesto si opponessero disapplicando una norma promossa da questo governo, cosa diremmo? Come reagiremmo?

Sfasciare lo Stato, come lo stanno sfasciando gli attuali partiti di maggioranza, non giova a nessuno, tanto meno a chi crede nella Costituzione. Chi come noi crede nei valori della Costituzione ha il dovere di riaffermare l’obbedienza alla legge, anche quando ci sembra ingiusta. Per fortuna nella democrazia italiana esiste un giudice delle leggi. E’ a lui che tocca dire l’ultima parola.