26 ANNI SENZA DI LUI, MA NUREYEV NON HA MAI SMESSO DI DANZARE

DI CHIARA GUZZONATO

La danza è tutta la mia vita. Esiste in me una predestinazione, uno spirito che non tutti hanno. Devo portare fino in fondo questo destino: intrapresa questa via non si può più tornare indietro. È la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei: “Quando finirò di vivere”.

Così parlava di sé Рудольф Хаметович Нурeев, noto a tutti, ma proprio tutti, come Rudolf Nureyev, “il Tartaro volante”. Uno dei rari e speciali casi in cui la danza è riuscita a diventare mondiale, uscendo dalla ristretta cerchia di appassionati e addetti ai lavori per entrare nel vocabolario di tutti: dici Nureyev, dici Danza.

Oggi si celebrano 26 anni dalla morte di questo strabiliante ballerino russo, nato su un vagone della  Ferrovia Transiberiana vicino a Irkutsk, in Siberia. Non ha avuto vita facile, Rudy: ultimo di cinque figli, ebbe un’infanzia non certo agiata in Russia, durante la seconda guerra mondiale.

L’ultimo giorno del 1944, all’età di 6 anni, Rudolf assistette a un balletto interpretato dall’étoile Zajtuna Nazretdinova; in quel momento capì che sarebbe diventato un ballerino. La strada non fu delle più facili: nel 1955, ormai “vecchio” per iniziare a danzare, tentò il provino per entrare all’Accademia di danza Vaganova del Kirov, il suo sogno. In una tappa a Mosca, tentò anche di entrare nell’Accademia del Bolshoi ma, nonostante fosse stato ammesso immediatamente, declinò l’offerta.

Entrato al Kirov (non senza perplessità per la sua “età avanzata” e il carattere ribelle), terminò il percorso di studi in soli tre anni ed entrò nella compagnia.

Come molti grandi, il suo genio era accompagnato dalla sregolatezza (spesso in compagnia, più avanti, della sua storica partner Margot Fonteyn), e per motivi disciplinari gli fu proibito espatriare.

Ma come spesso accade, il destino era lì, pronto a cambiare le carte in tavola: quando nel 1961 il primo ballerino del Kirov, Konstantin Sergeev, si infortunò, toccò proprio a Rudy sostituirlo all’ultimo momento per la tournée europea. Il KGB lo tenne d’occhio, disapprovando la sua condotta dissoluta e la frequentazione di locali gay. Quando gli venne richiesto di tornare in Russia per un’esibizione al Cremlino (mentre tutti i colleghi avrebbero proseguito la tournée a Londra), Rudolf sospettò un complotto, e disertò il volo di ritorno, lanciandosi in modo plateale tra le braccia della polizia aeroportuale francese. Il resto è storia. Non sarebbe più rientrato in patria se non 25 anni dopo, per visitare la madre ormai morente e la sua prima insegnante di danza quasi centenaria, Anna Udel’cova.

Ciò che colpiva chiunque lo vedesse non era la tecnica, la potenza nei salti, la straordinaria bellezza, ma il suo incredibile carisma. Sarebbe potuto stare sul palco muovendo solo un braccio, e tutti avrebbero guardato quel braccio che si muoveva, ammaliati. Come tutti i più grandi, era anche gentile e disponibile: una sua fan ci ha raccontato di quando, da piccola ballerina in erba, andò a trovarlo in camerino dopo la sua esibizione al Teatro Malibran di Venezia sulle note di “Giselle”:

“Era quasi pronto per andarsene, addosso il suo inseparabile baschetto di pelle. Era stanchissimo, ma nonostante tutto fu gentile e sorridente con me, che ero solo una bambina. Mi chiese come mi chiamavo, scrisse male il mio nome, Gretta. Non dimenticherò mai i suoi occhi che mi osservavano dal riflesso dello specchio: magnetici”.

Era ovviamente una grande stella e quindi una prima donna, con i suoi capricci e le sue manie: se una ballerina non gli stava simpatica, si narra che fosse capace di spostarsi e lasciarla cadere durante una presa… ma queste sono leggende (forse).

Autoironico, è famosa la sua presenza al Muppet Show quando, bello come il sole, danzò con il pupazzo-ballerina lanciandolo da una parte all’altra del palcoscenico in un’esilarante sketch.

Quel che ha avuto Rudy, che l’ha reso così grande, non si può imparare né studiare in sala: ci si nasce. È ciò che, secondo alcuni, ha anche il nuovo genio ribelle Sergei Polunin, per molti “un nuovo Nureyev”, per altri osannato in modo esagerato. Certo è che di Nureyev ne nasce uno ogni mille anni.

Fedele alle sue parole, secondo le quali avrebbe danzato fino all’ultimo giorno, non riuscì ad abbandonare le luci del palco nemmeno quando era ridotto in sedia a rotelle, consumato dall’AIDS, incapace di stare su quelle gambe che tante volte l’avevano fatto librare. La sua ultima apparizione avvenne nel 1992, alla fine di un suo riallestimento de “La Bayadere” a Parigi.

“Ognuno vorrebbe esser il più grande, ma Dio non può accordare quest’onore a tutti.”  L’onore l’ha accordato solo a te, Rudy.