GUERRA ALLA PACE: NEL LIBRO DI FARROW, LA CRISI DELLA DIPLOMAZIA

Guerra alla pace,
il declino della politica americana nel mondo.
Questo il titolo di un libro (per inciso, già tradotto in italiano, dopo essere diventato un best seller negli Stati uniti) scritto da un signore – Ronan Farrow – che “sa di cosa parla”. Per le sue grandi doti di giornalista d’inchiesta (vincitore del Premio Pulitzer per il suo libro sul caso Weinstein); e per la sua carriera di “insider” laureato a quindici anni a Yale, poi portavoce dell’Unicef e, infine, proprio per la sua perfetta conoscenza del mondo delle Ong, “arruolato” al Dipartimento di Stato dall’amministrazione Obama.
La storia che ci racconta – soprattutto alla luce delle sue esperienze dirette – è, nella sostanza, una storia di fallimenti. Lungo il duplice versante di una politica di difesa e promozione dei diritti umani di fatto progressivamente lasciata cadere (Colombia, Egitto, Afghanistan) e di progetti di pace (Somalia, ancora Afghanistan/Pakistan, Iran) magari anche correttamente imposti ma lasciati anch’essi cadere. Anche negli anni che precedono l’avvento di Trump.
Ad accompagnare questo processo c’è però – il Nostro lo sottolinea di continuo – in primo luogo, la progressiva perdita di autorità della diplomazia e dei “poteri civili” (in primis ma non solo americani), in un contesto in cui scelte e interlocutori sono affidati sempre più a ragioni di sicurezza; e poi la loro brutale, deliberata e spesso sprezzante liquidazione, a partire da quella dello stesso Dipartimento di Stato.
Sulle conseguenze di questo processo il giudizio esplicito (e implicito) contenuto nel titolo del libro (attacco alla pace, con la crisi verticale dell’egemonia Usa, a partire dalla perdita di controllo sui propri alleati, moltiplicarsi dei conflitti e, insieme, dell’incapacità politica di risolverli) è sostanzialmente condivisibile.
Sulle sue cause (e quindi, sui suoi possibili rimedi), la questione è, invece , tutta aperta. A partire da un dato che sembrerebbe scontato, ma non lo è: la svalutazione del ruolo dei diplomatici e del loro dicastero di riferimento.
Qui Farrow ha il coraggio di andare contro al senso comune: quello che vede nel diplomatico (incarico che in America fa parte dello “spoils system”…) il residuato del mondo che fu; insomma, che bisogno c’è di “mandarla a dire” suo tramite, quando lo si può fare direttamente, da casa propria e con impatto immediato? E invece, sostiene il Nostro, il diplomatico rimane essenziale e insostituibile non già per “trasmettere” ma per “ricevere”; leggi per la sua capacità di vedere, a 360 gradi, e magari anche di capire, il mondo che lo circonda così come i punti vista e le esigenze “non negoziabili” dei suoi gruppi dirigenti, comunicandole a Washington.
Ma allora se l’Amministrazione tende a prestare ascolto non ai diplomatici e al Dipartimento di stato ma a quelli del Pentagono e della Cia, la responsabilità di questa scelta non è dei militari ma sua. Che si tratti di Obama; e, a maggior ragione, di Trump.
Il primo è un grande intellettuale e di vedute lungimiranti. E divergenti da quelle degli apparati di sicurezza che vedono il mondo esterno come un insieme di pericoli da cui guardarsi e di avversari da combattere con ogni mezzo. E sono, quindi, visceralmente ostili al suo disegno tendente a ridurre tutte le aree di conflitto sul terreno politico-militare e/o ideologico per consolidare l’egemonia americana sul terreno dell’economia. Ma non possiede l’energia necessaria per comunicare il suo messaggio al popolo americano; nè la volontà necessaria per contrapporsi frontalmente al “complesso militare-industriale” e alla destra repubblicana in Congresso. Debolezza che, nello specifico, sarà oggetto delle critiche di Farrow.
Il Nostro vivrà, invece, l’avvento di Trump come una specie di catastrofe naturale che lo lascia senza fiato e senza speranze. Perché vede il mondo in cui è vissuto e di cui ha condiviso i valori scientemente distrutto, trascinando con sè nel disastro un ordine mondiale basato su regole e tenuto in piedi dal dialogo e dalle mediazioni. Perché avverte che le forze che, in America ma anche altrove, occupano oggi il centro della scena, sono tenute insieme dal totale disinteresse per i punti di vista e gli interessi dell’Altro, considerato automaticamente come Nemico. E, da ultimo, perchè si rende conto che, almeno nel suo paese, questo pericolosissimo andazzo non è adeguatamente contrastato da un’opposizione che non riesce nemmeno ad individuare il giusto terreno di scontro e il Nemico principale da sconfiggere.
Purtroppo, non siamo in grado di confortarlo; perchè la sua attuale impotenza individuale è anche, collettivamente parlando, la nostra.