SEA WATCH, IL DRAMMA DI UNA BAMBINA DI SETTE ANNI

DI MARCO GIACOSA

Non so dalle vostre parti, ma da me quand’ero piccolo ogni tanto si gridava “Pugnoooo!” e tutto si interrompeva.

Il grido era accompagnato da un pugno alzato, ma contava l’urlo, il suono, giacché il braccio poteva anche non essere visto. “Pugno!” era lo stop, il fermo, il basta, il gesto che fermava l’azione e metteva tutti sull’attenti: accadeva durante nascondino (una madre chiamava uno di noi dalla finestra), mentre si giocava a calcio (si slacciavano le scarpe), accadeva anche quando ci si picchiava. Capitava spesso che si facesse a botte, si “giocasse al pugilato”, oppure ci si spingesse o si dessero schiaffi più o meno per scherzo, quando a uno cadevano gli occhiali e quello urlava “Pugnoooo!”.
Gli occhiali erano un bene superiore, erano il limite, gli occhiali costavano molto e se si fossero rotti a casa sarebbe stata tempesta, e le schegge sarebbero potute finire negli occhi. C’era insomma, pur nella spietatezza della battaglia e della competizione, qualcosa che costringeva a fermarsi.
Una regola.
Un principio.
Un valore condiviso.

Sulla SeaWatch c’è una bambina di sette anni. Le hanno portato un album di figurine. A sette anni io, al caldo di una cascina, del fuoco a legna, dell’amore dei miei genitori, perdevo mia nonna e quello fu un trauma che a valanga ha condizionato la mia vita. La bambina sulla nave non ha idea di quello che le sta succedendo attorno e io penso a quello che rimarrà. Quella bambina è il “Pugno!” davanti al quale non si ferma più nessuno.

Lei, la mamma e tutte gli altri bambini e le donne e gli uomini, quella nave è il “Pugno!” che non ferma più nessuno.

La vignetta di Altan oggi dice: “Sulla sicurezza l’abbiamo fatta fuori dal vaso”. “Il popolo sposterà il vaso”.