PAOLA GASSMAN E UGO PAGLIAI: 50 ANNI IN COPPIA

DI GIOVANNI BOGANI

Cinquant’anni in coppia, nella vita e sul palco. Cinquant’anni di applausi, ma anche di sfide. Personaggi da interpretare, un’Italia da attraversare da un teatro a un altro. Sempre rimanendo complici: da vicino, protagonisti dello stesso spettacolo, o da lontano, su palcoscenici diversi. Una vita di telefonate interurbane e di infiniti ritorni.

Il festival “Capri, Hollywood” – rassegna di cinema, teatro e musica sull’isola cara a Axel Munthe e a Malaparte, che quest’anno ha portato a Capri personalità come Nick Nolte, Terry Gilliam, Jonathan Pryce ed Eli Roth – ha premiato pochi giorni fa Paola Gassman e Ugo Pagliai. Li ha premiati per mezzo secolo di carriera, e per il miracolo di quell’armonia: mantenuta, difesa, protetta per mezzo secolo.

Sono diversi: Paola è esuberante, pronta alla parola, vivace come una ragazzina; Ugo è flemmatico, sembra guardare tutto con infinito distacco e una sommessa ironia, con gli occhi azzurro cielo che sembrano sempre guardare più lontano.

Paola, che cosa significa essere la figlia di Vittorio Gassman? Quanto è stato importante avere un attore così carismatico e importante come padre?
“Ma guardi che praticamente papà era l’ultimo arrivato, come artista, nella nostra famiglia! È da parte di mamma che si contano tanti grandi talenti del teatro: mia madre era Nora Ricci, mio nonno era Renzo Ricci, il mio bisnonno era Ermete Zacconi. Papà in casa un posto come attore se lo è dovuto conquistare!”.

Parlavate molto?
“Quando mi ha avuto, papà aveva ventritré anni. Era presissimo dal suo mestiere, e lo abbiamo visto pochissimo. Siamo diventati ‘amici’ quando ho iniziato a fare l’attrice e mi sono confrontato con lui”.

Vittorio la ha spinta verso questo mestiere?
“Non direttamente; ma trasmetteva il suo entusiasmo, ti contagiava con la sua passione. Alessandro, invece, papà lo ha proprio buttato sul palcoscenico a forza: lui voleva fare il grafico, non era interessato al teatro. Lo ha spinto quasi a forza”.

Ha mai lavorato con suo padre?
“Non volevo. Una ragazza ribelle, in pieno Sessantotto. Volevo persino cambiare nome; papà ci rimase malissimo. Poi abbiamo recitato insieme solo due volte: nel 1975, quando feci ‘O Cesare o nessuno’, scritto e diretto da lui, ma nel quale lui non recitava. E nel 1980, con ‘Fa male il teatro’, in cui recitammo insieme”.

Il suo esordio nel mondo dello spettacolo però non è nel teatro. È nel cinema. E avviene molto presto. Con “Il sorpasso”, all’inizio degli anni ’60…
“Ero una ragazzina; e Dino Risi prese me e i miei amici per la scena del ping pong con Catherine Spaak e per la scena del ballo sulla spiaggia. In realtà, la mia ‘partecipazione’ a quel film è più profonda di quella comparsata: ero io la ragazzina che aveva un rapporto di amore/odio con un padre spesso assente, proprio come Vittorio Gassman nel film. E insomma, il personaggio di Catherine Spaak per molti versi sono io”.

Chi frequentavate a Castiglioncello? Tutto il mondo del cinema si ritrovava lì…
“Frequentavamo Bice Valori, Paolo Panelli, Masolino d’Amico, Suso Cecchi d’Amico; Mastroianni aveva casa lì, ma non veniva mai”.

Con Ugo Pagliai quando vi siete incontrati? È iniziato prima il vostro sodalizio di lavoro o il vostro rapporto sentimentale?
Paola: “Dopo l’Accademia teatrale, la mia prima scrittura fu con il teatro Stabile dell’Aquila. Lo spettacolo, ‘Un debito pagato’ di Osborne, vedeva fra gli attori Mariangela Melato e Ugo Pagliai. Era il 1968. Da quel momento è nato il nostro sodalizio di vita e di lavoro. Anche se per diversi anni non abbiamo recitato insieme. La nostra compagnia teatrale si è formata, infatti, nel 1980”.

Ugo Pagliai, quale è stata la sua formazione?
“Sono nato a Pistoia nel 1937; quando ero bambino c’era la guerra. Il fronte era proprio in Toscana, sulle montagne pistoiesi. Sono stato testimone di tempi molto duri; non ho avuto un’infanzia di giochi. Ma ricordo che in famiglia c’era una grande cesta dove si mettevano i vestiti smessi. Io me li mettevo, e facevo finta di essere un eroe. È stato il mio primo apprendistato teatrale. Vivevo di fantasia, ho nutrito e sostenuto l’immaginazione”.

Come è stato il progredire della vocazione?
Pagliai: “Nel dopoguerra, c’era molta speranza di rinnovamento, di rinascita. Ho coltivato questo desiderio finché nel 1958 sono partito per Roma, per andare all’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico. Mi piaceva il teatro, mi piaceva anche la musica: il jazz. E mi piaceva la letteratura: le Novelle di Pirandello, autore che poi abbiamo messo in scena con Paola”.

Qual è stata l’esperienza teatrale che la ha più segnata?
Paola: “L’Orlando furioso messo in scena da Ronconi. Mariangela Melato amava dire: ‘Noi siamo quelli dell’Orlando’. Ed è vero. È l’esperienza che ha segnato la mia vita professionale: era difficilissima ed esaltante allo stesso tempo. C’era qualcosa di pazzo, e di geniale. Non interpretavamo soltanto un personaggio, ma eravamo anche tecnici, macchinisti, operatori… Sono molto felice di aver fatto parte di quel progetto”.

Quanto è stato difficile vivere con le valigie sempre pronte, passando da un palcoscenico all’altro?
Paola: “Per fortuna, i miei figli hanno capito. Non mi hanno gettato addosso troppi sensi di colpa: sono stata fortunata. Adesso sono nonna tre volte”.

Vivere in albergo non rappresenta uno stress?
Paola: “No: semmai, oggi gli alberghi sono tutti moderni, e tutti in periferia. Io preferisco una catapecchia, ma nei centri delle città, dove c’è la vita vera. Certo, il teatro può essere anche difficile. Un’attrice chiese a Renzo Ricci: dove siamo, domani? In un altro posto a mangiare un’aletta di pollo da qualche parte!”.

È ancora importante il teatro?
Ugo: “Moltissimo. Perché il teatro permette di approfondire come nessun’altra forma artistica. A teatro ci sono sessanta, settanta, cento repliche: e ogni sera scopri degli aspetti nuovi del testo che porti in scena”.

E’ difficile memorizzare tutto quel testo ogni volta?
Paola: “La memoria è fondamentale: per fortuna, in casa ne abbiamo sempre avuta molta. Ma ho visto mio padre Vittorio cominciare a perderla, la memoria, con gli anni. O avere paura di perderla, che è la cosa peggiore che ti può capitare. Oppure ci sono persone come Ugo, che da sempre hanno la tendenza a dimenticarsi le parole”.

Dunque come si fa?
Paola: “Non si impara a memoria una parte: ma cerchiamo di capire quel personaggio, i suoi gesti, i suoi movimenti, la sua logica. E le parole poi vengono quasi da sé”.

Come vi siete divisi i ruoli, nella coppia?
Ugo: “Io sono stato più egoista, mi dedicavo totalmente allo spettacolo. Paola era anche madre, amante, sorella: è stata più attenta agli aspetti di relazione, è stata più generosa”.

Che cosa farete prossimamente?
Ugo: “Porto a teatro, con Manuela Kustermann e Arianna DI Stefano, un testo di Ingmar Bergman, in cui il regista svedese racconta la propria esistenza attraverso un sogno. Si chiama ‘Dopo la prova’, e Bergman stesso ne aveva tratto un film. Io interpreto Bergman, e da una parte ne sono onorato, dall’altra sento il peso di questa responsabilità”.

E lei, Paola?
“Io riprendo un testo che si chiama ‘Tutte a casa’, ambientato durante la Prima guerra mondiale, quando le donne si trovano a prendere in mano la società italiana. Subito dopo attacco il testo di ‘Otto donne e un mistero’, la storia da cui era stato fatto un film di François Ozon, con Anna Galiena, Debora Caprioglio e Caterina Murino”.

Nella vita “normale”, come vi dividete i compiti?
Paola: “Lui è il cuoco, e io lo sguattero”.

Ma, alla fine di questa conversazione, resta una domanda: come avete fatto a rimanere insieme per cinquanta anni?
Paola: “La fortuna. La fortuna, o il caso: o probabilmente parliamo una lingua simile, c’è un grande rispetto e una grande stima”.