AFRICA, SUDAN E ALTROVE. L’ORA DEI CONTRACTORS E DELLE GUERRE PER DELEGA

DI ALBERTO TAROZZI

Manifestazioni, proteste, repressione, scontri in Sudan, la settimana scorsa. Si parla di 37 morti, anche se in Italia fa più notizia il fermo di una giornalista italiana poi rilasciata. Sotto accusa il regime di Bashir, accusato di essere responsabile di miseria e di assenza di democrazia

Bashir si difende parlando di complotto. Credibile che i sudanesi non godano di condizioni di vita invidiabili. Non è da escludere anche la possibilità che qualcuno soffi sul fuoco. Le anime belle che si riempiono la bocca di diritti umani dovrebbero sapere che la miseria spinge anche a manifestare in cambio di un misero “gettone di presenza” in molti angoli del mondo. Il che conferma peraltro il fatto che la miseria dilaghi.

Nel caso specifico il Sudan è credibilmente al centro di attenzioni interessate. La nazione del Sud Sudan, tradizionale oggetto del desiderio a destra e a manca per le sue dotazioni petrolifere, sta festeggiando la propria indipendenza da Karthoum con un gioco al massacro di tutti contro tutti: etnia contro etnia, religione contro religione, allevatori contro agricoltori. Ne consegue che per tenere quel petrolio a portata di mano sono in molti a ritrovare un interesse per quanto avviene in Sudan, che aveva registrato un minore appeal dal momento della secessione.

In particolare Bashir pare guardarsi attorno attorno, alla ricerca di chi offre di più. I cocktail delle tradizionali alleanze subisce numerosi scossoni. Dapprima, oltre ai tradizionali buoni rapporti con Mosca, Pechino, ma anche con paesi arabi come il Kuwait, pareva essersi aggiunta una fase di normalizzazione dei rapporti con Washington. Più di recente pare però che si sia registrata una incompatibilità nella scelta tra russi e statunitensi. Con la conferma di una preferenza per Mosca che avrebbe persino spinto il Sudan a votare contro l’embargo all’Iran nel consesso dei paesi arabi. Non uno, ma due passi indietro, se si pensa che in passato da Karthoum erano partiti aerei con aiuti, pare di origini kuwaitiane, per le scuole coraniche dell’East Africa.  Credibile quindi che la mossa non sia stata gradita dagli Usa e, se è credibile per noi, figuriamoci quanto lo possa essere per un leader come Bashir, che nel nome del complotto si sente autorizzato ancora di più ad usare la maniera forte contro i manifestanti.

Se però analizziamo la cosa al di là dei confini sudanesi ne viene fuori un altro nodo irrisolto che sta coinvolgendo sempre più il  continente africano e che potrebbe rappresentare il punto centrale dei prossimi conflitti armati in Africa e non solo.

Diverse agenzie occidentali hanno infatti pubblicato foto che lasciano pensare che, al fianco dei governativi di Karthoum, si siano schierate manu militari truppe bene armate che presentano anche altrove una doppia caratteristica. Quella di fiancheggiare, più o meno ufficialmente, i singoli governi locali con regolari contratti, nonché quella di farsi interpreti degli interessi politico-militari del paese di provenienza dei propri soldati.

Si chiamano “contractors” o più precisamente Compagnie Militari e di Sicurezza Private (PMSC). Guai a chiamarli mercenari, che si potrebbero irritare. Rivendicano infatti di avere rapporti ufficiali coi singoli stati e quindi di non essere al soldo del primo offerente privato sul mercato della guerra. Negli ultimi mesi ed anni, però le loro gesta sono trapelate da ogni angolo del continente, a ritmi sempre più incalzanti, in misura tale da oltrepassare le dimensioni dei soli rapporti contrattuali ufficialmente regolarizzati.

Il numero di contractors più numeroso pare essere di origine russa. Da tempo il Sudan costituisce il luogo privilegiato delle loro azioni, insieme alla Repubblica centroafricana. Pare inoltre che il gruppo principale , il Gruppo Wagner, sia organico alle strategie di Putin e quindi la loro presenza in Sudan solleciti qualche intervento di contrappeso di parte statunitense.

E’ però necessario, a questo punto, fare luce su una situazione che non permette troppe considerazioni di Idealpolitik. Molte sono le nazioni di provenienza dei contractors e gridare allo scandalo è spesso pretestuoso.

Molto numerosi i russi, per certo, spesso dalle parti dei buoni, ma il tutto dipende da quale prospettiva si legga la realtà. Decisivi in Siria per sconfiggere l’Isis, magari beccandosi qualche bomba “inintenzionale” di parte americana quando si trattava di scontri ravvicinati dalle parti di Deir erZor. Presenti in Centro Africa, Sudan, ma anche in Ucraina, dalle parti del Donbass.

Non mancano però le companies statunitensi come Blackwater, oppure la STTEP di Eeben Barlow (Executive outcome), composta da britannici, sudafricani, indiani, georgiani e ucraini, che al soldo del governo della Nigeria ha inflitto pesanti perdite a Boko Haram. Per non parlare del gruppo di Erik Prince che in Mozambico è sospettato di avere difeso i luoghi sensibili cari alla Exxon e pure all’Eni (che smentisce).

Dopo di che, su scala minore, chi più ne ha più ne metta: dai cinesi che difendono spezzoni della via della seta tra Somalia e Kenya, a presenze di ogni genere in Libia ma anche nel Sahel occidentale, come in Niger, con egemonia istituzionale dei francesi in questi ultimi paesi. Ma anche i tedeschi ci mettono del loro in Ruanda, mentre si parla di gruppi ucraini un po’ dappertutto.

L’ultimo rapporto dettagliato lo ha steso due mesi fa Pietro Orizio, su Analisi difesa, ma la situazione è tale che ogni tentativo di offrire un quadro esaustivo rischia di essere superato nel corso di tempi molto brevi.

Secondo alcuni esperti, la forte presenza russa è dovuta al fatto che si tratta di un paese che non ha lasciato in Africa i ricordi di massacri coloniali come fatto da Parigi e da Londra. E anche al fatto di non essersi finora espressa nei termini neo imperialisti degli Usa e nemmeno nelle forme di ingerenza economica portata avanti da Pechino. Solo nei prossimi anni saremo in grado di formulare un quadro più puntuale della situazione. Certo è che, fin da ora, quando si sente parlare di un ritiro delle truppe da parte di qualsivoglia paese è lecito che ci scappi un sorriso velato di ironia. Ci avviamo sempre di più verso contesti di guerre per delega, che costano molto alle popolazioni locali minimizzando i danni fisici dei paesi del “nord” interessati alle ingerenze, militari, politiche, economiche o umanitarie che siano.

Noi tutti, paesi più o meno sviluppati, che guardiamo all’Africa e alle sue risorse, aspiriamo ad assumere un ruolo pressoché esclusivo di spettatori.