BRASILE: ANNUNCIATI LICENZIAMENTI DI MASSA NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

DI FRANCESCA CAPELLI

Ora sappiamo cosa intendesse realmente il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, con i suoi proclami da campagna elettorale sulla lotta alla corruzione. “Fare pulizia”, per lui, equivale a epurare la pubblica amministrazione da impiegati e funzionari di orientamento marxista (o centrista). A pochi giorni dall’inizio del suo mandato, il neopresidente ha già annunciato licenziamenti di massa nei ministeri. Cominciando dai dipendenti a tempo determinato, i più facili da eliminare alla scadenza del contratto. A cadere saranno quelli con idee di sinistra. Obiettivo: estirpare il comunismo dall’amministrazione dello stato. Dove per comunismo si intende soprattutto il Pt, il partito dell’odiatissimo presidente Lula, certo nemmeno il più a sinistra nell’arco parlamentare.
Due risultati con una mossa sola: prima di tutto, eliminare i funzionari legati alla passata gestione, archiviando quella decade di politiche progressiste che avevano permesso alla fascia più povera della popolazione di uscire dall’indigenza (uno dei primi provvedimenti di Lula, al suo primo mandato nel 2003, fu offrire agli abitanti delle favelas il titolo di proprietà della loro casa). In secondo luogo, rimpicciolire lo stato, limitarne le funzioni a mero ente regolare, ridurre la spesa pubblica, quindi i servizi. Che forse ci pare un motivo meno valido per il quale indignarci, ma che sbatterà in faccia le porte ai cittadini più fragili. Il tutto, peraltro, perfettamente in linea con le politiche economiche neoliberiste di cui Bolsonaro 
è un propugnatore.
Una vicenda molto simile a quanto accaduto in Argentina nel 2016, all’inizio del mandato di Mauricio Macri, quando migliaia di dipendenti pubblici vennero licenziati, tra le grida di trionfo dei cittadini “per bene”, che si dichiaravano stufi di mantenere fannulloni e furbetti.
Non che le mosse di Bolsonaro, come del resto quelle di Macri, siano fulmini a ciel sereno. Al contrario, erano state ampiamente annunciate in campagna elettorale e subito dopo la vittoria. Tanto che il mondo accademico argentino, alcune settimane fa, ha organizzato una raccolta firme in appoggio a ricercatori, scienziati e docenti brasiliani, a causa del clima di persecuzione in cui sono costretti a lavorare. Un clima di terrore iniziato già dal 2016, dopo il golpe di Michel Temer contro Dilma Rousseff, e che Bolsonaro ha accentuato.