ERDOGAN TRA CRISI INTERNE E SUCCESSI INTERNAZIONALI. PROPRIO SICURI CHE LA FINE SIA VICINA?

DI ALBERTO TAROZZI

Per Erdogan è iniziata la fine? Se ci si dovesse basare sugli auspici di tutti coloro che sono incarcerati, esuli o comunque perseguitati da un regime liberticida si potrebbe pensare che effettivamente il Sultano sia arrivato alla frutta.

Previsioni di poco migliori se si va a vedere quali siano le condizioni economiche del paese. Ormai concluso un ciclo che solo nel 2017 aveva visto un aumento del pil del 7%, la Turchia registra ritmi di crescita all’europea (1,6%), con alcune aggravanti per le ricadute sulla popolazione. Soprattutto l’inflazione al 21% della lira turca, appesantita da molteplici fattori: la produzione di beni di basso valore che determina meccanismi di scambio ineguale, tipici delle economie del terzo mondo; la dipendenza da materie prime di primaria importanza in settori come quello farmaceutico e che vanno acquistate all’estero; l’alta propensione alla fuga degli imprenditori stranieri, che silenziosamente si allontanano da un paese che viene ritenuto poco meritevole di fiducia; la fuga di cervelli che mal si conciliano con le strategie di un governo prossimo alla dittatura; il disagio di un ceto medio urbano impoverito che neppure aveva goduto i benefici di un benessere economico che aveva premiato soprattutto le campagne; una liquidità che aggrava l’inflazione, causata da tassi di interesse tenuti bassi per non strangolare settori produttivi come quelli agricoli e microimprenditoriali, cui il supporto del credito pubblico si  è reso indispensabile.

Un bel cocktail di fenomeni negativi, non c’è che dire. Pure, il crollo del leader non è così scontato come l’insieme di questi fattori lascerebbe presagire. Finora la sfiducia nei suoi confronti si è manifestata a voce bassa, a differenza dei tempi di una non lontana primavera. Cipolle e patate costano sempre più care e gas e luce elettrica sono erogati a prezzi che sollecitano risparmi e sacrifici dolorosi, ma al di là dei brusii sui social di soggetti ben presto individuati come nemici del paese, di rabbia minimamente organizzata, in giro, se ne vede poca.

A questo si aggiunge un fattore, quello dell’abilità di Erdogan in politica estera, che in questi ultimi mesi pare avere assunto un rilievo crescente. Non solo Erdogan, scaricando, almeno alle apparenze, l’Isis si è aggregato al carro dei vincitori della guerra di Siria. Oltre a ciò risulta essere, tra i vincitori, l’unico cui può fare riferimento l’occidente (o quanto meno gli Usa), nella gestione del dopoguerra. In particolare di chi si deve (e sottolineiamo “deve”), fidare Trump, dal momento in cui ha dichiarato più o meno prossima la smobilitazione degli Usa dal Medio oriente? Meglio, o almeno meno peggio, Erdogan di Putin, di Assad e tanto meno degli iraniani.

Ecco allora che gli Usa medesimi, se devono tenersi buono Erdogan, devono altresì tradire gli alleati di ieri, i curdi siriani, che Erdogan considera terroristi da annientare. Certo la situazione degli Usa non è invidiabile, perché i curdi, vistisi abbandonati, potrebbero a loro volta cambiare casacca e, come hanno già iniziato a fare, rapportarsi con Assad, chiedendo autonomia in cambio di un’alleanza che, visti i tempi, a Damasco potrebbe tornare comoda.

Comunque sia, oggi come oggi, nei confronti di Washington è Erdogan a tenere il coltello dalla parte del manico. E’ di ieri la notizia che il Consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Bolton, giunto in Turchia per ammorbidire le posizioni di Erdogan nei confronti dei curdi, neppure è stato ricevuto. Si è visto invece presentare una lista delle basi da cui gli Usa se ne dovrebbero almeno in parte andare, in tutta l’area teatro degli scontri recenti e passati. Messaggio evidente: vattene prima possibile, che qui comando io.

Come conciliare dunque uno scenario interno vacillante sul piano dell’economia, con uno scenario internazionale che vede Erdogan rafforzare i propri poteri? Prima scadenza, le elezioni amministrative di marzo.  I risultati di Istanbul vengono indicati come una possibile cartina di tornasole della crisi di Erdogan o invece della sua tenuta.

Al momento la partita è aperta, ma non si può negare che, in casi come questi, i capi autoritari che si vedono in difficoltà nel far quadrare il cerchio, fanno ricorso al vecchio meccanismo del capro espiatorio contro cui convogliare il malessere del paese. In questo caso, ovviamente, si tratterebbe dei curdi. Ma durante gli ultimi anni anche i curdi hanno acquisito benemerenze un poco su tutti i fronti. Non è detto allora che anche questa volta al funambolico sultano la ciambella possa riuscire col buco.