IL DOSSIER SULL’AUTONOMIA REGIONALE APRE UN ALTRO FRONTE NELLA MAGGIORANZA

DI ALBERTO EVANGELISTI

Se la questione migranti ed i mal di pancia sulle norme in materia di sicurezza e quelle economiche non bastassero, sul tavolo del Governo c’è un altro dossier delicato, in grado di creare ulteriori lacerazioni nella maggioranza: la questione sull’autonomia delle regioni “ordinarie”, in particolare Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

La questione non è certamente nuova: le regioni più ricche, mediamente quelle del centro-nord, godono di un “residuo fiscale” in attivo, ossia versano allo stato più imposte di quante ne ricevano. La cosa, sin dai primi anni novanta ha dato vita ad una spinta crescente verso una modifica delle competenze regionali e, cosa che più importa, nella conseguente distribuzione delle imposte raccolte, consentendo a queste regioni “virtuose” di mantenere sui propri territori una percentuale (notevolmente) maggiore di tassazione a discapito del versato al Governo centrale.

Non a caso dello stesso periodo è l’esplosione mediatica dell’uso del così detto “principio di sussidiarietà”; termine che, dai manuali di diritto pubblico, era divenuto improvvisamente l’uovo di Colombo nazional popolare, soluzione banale ad ogni problema delle italiche terre.

Altrettanto non a caso la vituperata riforma del Titolo quinto della Costituzione che proprio in ottica di sussidiarietà modificava il rapporto fra Stato e Regioni, va inserita nello stesso riquadro storico e culturale.

Tuttavia, in ossequio al famoso detto secondo cui “per ogni problema complesso esiste almeno una soluzione semplice, ed è sbagliata”, anche la sussidiarietà, vuoi per limiti intrinsechi del concetto, vuoi per una applicazione del tutto eventuale, si è dimostrata tutt’altro che la panacea che ci si augurava.

Naufragato il principio sono tuttavia rimaste salde, e con evidente motivazioni, le spinte da parte delle “regioni ricche” per conquistare una maggiore autonomia tributaria, tanto che lo scorso anno la questione è stata sottoposta a “sondaggio popolare” attraverso il quale si chiedeva ai cittadini di Veneto (e similmente in Lombardia) il seguente quesito:” Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”

E’ stato come aver chiesto ad una classe delle scuole elementari se preferirebbe passare la mattinata alle giostre piuttosto che a fare le divisioni: gli elettori si sono espressi con una percentuale bulgara del 98% in favore della proposta (un 2% di secchioni è contemplato anche nella migliore delle classi, lo sappiamo tutti bene).

Visto l’esito, dapprima l’uscente Governo Gentiloni, quindi l’attuale Premier Conte, si sono impegnati per la negoziazione di un accordo con le singole regioni di queste famose “ulteriori forme di autonomia”, aspetto che ci porta ai giorni nostri.

In effetti, acquisita formalmente la disponibilità di questo Governo a concretizzare la nuova e più conveniente suddivisione di competenze, i Governatori di Veneto (Zaia) Lombardia (Fontana) ed Emilia Romagna (Bonaccini) spingono adesso per chiudere la questione una volta per tutte ed ottenere la c.d. autonomia differenziata che comporterebbe l’attribuzione di un certo numero di competenze (la trattativa è su una ventina all’incirca) direttamente alle regioni e, conseguentemente, la possibilità per le stesse di trattenere una buona parte dei tributi provenienti dal proprio territorio.

Ovviamente però, per un principio abbastanza elementare di finanza pubblica, più risorse per le regioni ricche implica anche meno risorse per quelle più povere che maggiormente usufruiscono dei trasferimenti dal centro. Questo, per suddivisione geografica, significa con buona approssimazione più soldi al nord e ancor meno al sud.

Traslando il concetto geografico su base politica, ciò implica con altrettanta buona approssimazione, più soldi in favore dell’elettorato leghista e molti meno in favore di quello a 5 Stelle, da qui la evidente difficoltà di gestione del fascicolo da parte della Presidenza del Consiglio, preso fra i due fuochi del dover da un lato mantenere gli impegni presi col nord e dall’altro non creare dissidi con l’elettorato del sud.

Su questa frattura si è inserito anche il presidente della giunta regionale della Campania, Vincenzo De Luca che, in una lettera inviata a Conte, ha formalmente richiesto un incontro nell’ambito del procedimento instaurato dalle Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna e teso proprio all’ottenimento delle citate forme e condizioni particolari di autonomia.

De Luca precisa infatti che “La richiesta specifica delle Regioni settentrionali di finanziare, a regime, le funzioni aggiuntive con una altissima percentuale del gettito riscosso sul proprio territorio (addirittura, fino al 90%, secondo la richiesta della Regione Veneto) delle imposte erariali, autorizzando il trattenimento spropositato del gettito da reddito a livello locale minerebbe in questo momento le ragioni redistributive, solidaristiche e sociali, previste dalla Carta Costituzionale e renderebbe ancora più profondo il divario tra aree ricche e aree povere dello Stato, ledendo l’unità nazionale e in contrasto con i veri obiettivi costituzionali”.

In effetti, oltre che sotto il punto di vista politico, il dossier presenta numerose incognite anche sotto il piano della costituzionalità dell’operazione: se infatti l’art 116 della Carta costituzionale prevede effettivamente l’attribuzione di ulteriori funzioni (e risorse) alle singole regioni, è altrettanto vero che la Costituzione prevede come principio il fatto che tali ripartizioni avvengano con finalità solidali e non comportino per i cittadini italiani un peggioramento della qualità dei servizi indipendentemente dalla Regione nella quale sono nati o vivono. Per tale ragione era auspicabile da tempo la concretizzazione dei famosi “costi standard” che, tuttavia non ha mai trovato una reale applicazione.

In soldoni, una condizione essenziale per perseguire una maggiore autonomia di certe regioni è che questa non sia “pagata” con minori servizi a favore dei cittadini delle regioni restanti in modo da assicurare, come recita testualmente la Costituzione, “lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona”.