PER UN PUGNO DI DOLLARI. DONALD TRUMP SI APPELLA ALLA NAZIONE CONTRO IL PARLAMENTO

DI ALBERTO TAROZZI

Per un pugno di dollari negli Usa è blackout. 800mila lavoratori, più i relativi familiari, col fiato sospeso: 380mila di loro, che dipendono dalle attività federali, sono stati messi in aspettativa. 420mila lavorano invece senza essere pagati. Il Presidente si appella poche ore fa alla nazione con toni apocalittici.

La causa è nota: il così detto shut down, il blocco delle attività che sta mandando a gambe all’aria le strategie economiche di milioni di statunitensi,  è stato provocato da un diniego dei parlamentari alla volontà di Trump di ricevere i fondi per completare un muro tra Stati Uniti e Messico e bloccare il flusso dei migranti. Da qui il conflitto che le leggi americane vogliono si risolva costringendo le parti ad un accordo. Pena, una catastrofe che colpirà tutti.

Un’usanza che ricorda un poco quella in vigore secoli fa quando, secondo un’antica leggenda, se il Conclave non si decideva ad eleggere un Papa, i suoi componenti sarebbero stati minacciati di rimanere chiusi a chiave e con cibi razionati fino al raggiungimento di una decisione.

Nel caso contemporaneo la norma è stata messa negli Usa nella previsione, più volte avveratasi, che con le elezioni a mid term, il parlamento vedesse una maggioranza contraria alla presidenza. La minaccia della paralisi delle attività era fin qui riuscita quasi sempre a determinare, per amore o per forza, un gentleman agreement tra le parti in conflitto. Non questa volta, che dopo le elezioni a mid term, si è costituita una forte maggioranza parlamentare dem alla Camera e di qui un muro contro muro (è proprio il caso di dirlo) con la presidenza Trump.

La ragione del contendere è la richiesta di Trump di 5,7 $ miliardi per ultimare la costruzione di un muro tra gli States e il Messico. Lì si registra un forte flusso migratorio verso nord: il calo del prezzo del petrolio, determinato a suo tempo dai sauditi per penalizzare l’Iran, pure rimettendoci di tasca propria, non ha ancora concluso la sua reazione a catena su tutti i paesi produttori. Danneggiati meno di altri gli iraniani, un poco di più gli Usa, in misura maggiore la Russia, ma in maniera catastrofica il Venezuela e qualcosa di meno il Messico, tutti paesi più o meno dipendenti dall’esportazione dell’oil.

Da qui scene già viste nella vecchia Europa, con code di migranti alle frontiere e catastrofe umanitaria all’ordine del giorno. Trump decide allora di portare a termine un muro invalicabile (secondo lui), un’idea già decollata ai tempi di Obama e il parlamento gli dice di no. A dire il vero, secondo la Cbs, non è soltanto il no dei democratici a pesargli, ma anche il temporeggiare dei compagni di partito repubblicani, che in qualche misura si trattengono a bordo campo senza scendere sul terreno per difendere il leader. Col sospetto che tra di loro ci sia chi veda di buon occhio la sconfitta di Donald per farlo fuori.

L’ultimo atto è di ieri. Trump che si appella al popolo e “spara sul quartier generale” (col dovuto rispetto alla memoria di Mao Tse Tung) nel nome della sicurezza. Donald paragona addirittura il flusso dei profughi a un gasdotto della droga, con un riferimento al narcotraffico in terra messicana da rottura dei rapporti diplomatici.

Tra i democratici gli si risponde badando al sodo. Non risultano, almeno stavolta, appelli umanitari per le sorti delle famiglie smembrate al confine tra i due stati. Piuttosto si sottolinea che quei miliardi di dollari (meno di 5 se calcolati in euro), sono troppi e spesi male. Fermare i profughi può anche andar bene, ma occhio a risparmiare.”Possiamo mettere al sicuro il confine senza un muro costoso e inefficace”. Lo afferma il leader dei democratici in Senato, Chuck Schumer.  Un’attenzione sicuramente meticolosa, visto che si tratta di una cifra con la quale non si riuscirebbe a pagare nemmeno il nostro minireddito di cittadinanza, da Firenze in giù. Più attenta all’umano, inteso come umanità made in Usa, un’altra esponente dei democratici, la portavoce della Camera, Nancy Pelosi: “Donald Trump deve smetterla di tenere in ostaggio gli americani: deve riaprire il governo”. Gli Usa in stato di assedio, più ancora che ai confini, per conflitti interni.

Ma forse Donald Trump pensa alla guerra tra Messico e Stati Uniti di quasi due secoli fa. Quando Forte Alamo, cedette all’assedio del generale Santa Anna, dopo eroica resistenza.

Dice la leggenda che le sorti di quella battaglia si sarebbero potute ribaltare se il mitico Davy Crockett non avesse sbagliato per un pelo la mira con un colpo che avrebbe potuto fare secco Santa Anna medesimo. Forse Donald Trump si sente un poco Davy Crockett ma, digiuno di storia, non sa che quel fulgido esempio di eroe a stelle e striscie, oltre a rappresentare un mito da più parti sfatato, fu protagonista di una vicenda che ebbe una fine tutt’altro che lieta.