QUALE SANITÀ?

DI RENATO FIORETTI

La pubblicazione di un articolo, attraverso il quale confutavo alcune entusiastiche dichiarazioni del Presidente Trump (riportate, con grande enfasi, dalla stampa filogovernativa) – secondo il quale la sua politica aveva realizzato, a fine estate 2018, ben 250 mila di lavoro in più e un aumento dei salari pari a circa il 3 per cento – aveva prodotto l’effetto di indurre, alcuni lettori, a cogliere l’occasione per una serie di commenti; molti dei quali relativi al sistema sanitario vigente negli States.
Con l’ausilio di un interessantissimo ed esauriente articolo di Jack Rasmus (e la pur minima esperienza personale, frutto di numerosi soggiorni in California; in particolare, Los Angeles e San Francisco), era stato facile dimostrare che i numeri vantati dal sempre sorridente inquilino della Casa Bianca nascondevano, in sostanza, una vera e propria “bufala”.
In estrema sintesi, dallo studio del suddetto economista statunitense, risultava che, per effetto della consistente e perdurante (sin dal 2000) diminuzione della quota di reddito nazionale spettante ai salari (- 1,5 trilioni di $, nel solo 2017-2018) e del combinato disposto, tra le quote relative alle retribuzioni di dirigenti, manager, amministratori e banchieri e quelle spettanti al 10 per cento più ricco (perché meglio retribuito) delle famiglie della classe lavoratrice (tutte da detrarre dallo stesso “monte salari”), i restanti 130/135 milioni di lavoratori statunitensi avrebbero scontato, a fine 2018, mancate entrate pro-capite pari a oltre 10 mila $!
Tornando ai commenti dei lettori, relativamente agli aspetti principali dei diversi sistemi sanitari presenti negli Usa e nel nostro paese, erano due gli elementi di discussione predominanti: da un lato, la parzialità della protezione offerta dal sistema d’oltre Atlantico e, dall’altro, l’appesantimento del nostro; frutto, soprattutto, di cattiva politica, scelte manageriali errate, disfunzioni operative, distrazione dei fondi, frodi e ruberie varie.
Tra le conseguenze, anche l’auspicio – da parte di qualche nostro connazionale – di una riforma del nostro sistema attraverso la totale apertura del “mercato” ai privati e una politica di incentivazione (nonché agevolazioni fiscali) alla stipula di polizze assicurative in materia di sanità.
In effetti, però, come noto, anche se, nel nostro paese, la parola “pubblico” produce una sorta di sintomi da vera e propria intolleranza e spesso coincide con “cattiva gestione” – generando, contemporaneamente, una visione distorta della realtà – chi ha maggiore conoscenza e dimestichezza con la situazione statunitense, ben lontana dal luccichio di serial televisivi di grande successo, è in grado di affermare che essa non è, di certo, invidiabile.
Ciò nonostante, credo sia ancora vivo il ricordo delle peripezie cui fu costretto Barack Obama quando manifestò l’intenzione di operare una riforma, seppure in termini minimali, del sistema sanitario statunitense.
In realtà, tra l’Italia – dove si usa dire che l’assistenza sanitaria è, tout court, “gratuita e garantita” – e gli States, la differenza fondamentale è rappresentata dalla universalità della platea coinvolta, cui si aggiungono i cittadini dell’UE e, finanche, quelli extracomunitari; piuttosto che nella gratuità delle cure mediche.
Cosa che, a mio avviso, rende onore al nostro paese.
È certo, però, che sostenere la gratuità delle ns. cure mediche, in verità, non risponde al vero. Infatti, ai costi dei ticket – per l’acquisto di farmaci, analisi cliniche o altre prestazioni sanitarie – va, naturalmente, aggiunto quanto versato dai contribuenti attraverso la fiscalità generale (progressiva).
Godiamo, comunque, di un’assistenza che è parte integrante del welfare.
Negli Usa, invece, tutto il settore della sanità è privatizzato e, a parte alcuni programmi di assistenza pubblica – riservati a fasce diverse di cittadini – non esistono cure mediche che non siano a pagamento.
Naturalmente, nel confrontare due “sistemi operativi” diversi, sarebbe assolutamente fuorviante lasciarsi influenzare da quelle che, purtroppo, sono le storture e le anomalie che, come anticipato, pure si realizzano nel nostro paese. Sono questioni, queste, che, credo, richiedano altre soluzioni e che non hanno titolo per essere presenti nella valutazione complessiva di un “modello possibile di assistenza sanitaria”.
In questo senso, certamente merita di essere riportata la posizione di chi, ad esempio, dichiara di preferire il sistema statunitense a quello italiano perché, con il primo, non è costretto a scegliere tra il fare una prenotazione di controllo all’ospedale perché non costa niente ma deve aspettare 6 mesi, oppure andare da uno specialista e pagare almeno 100 euro. Col sistema Usa, preferisce recarsi subito in ospedale o dallo specialista e non pagare niente, o solo 20 $, a titolo di compartecipazione (o, meglio, “franchigia” o “scoperto”, per restare a termini a noi già ampiamente noti).
Così come riferiva di preferire il sistema statunitense una paziente ricoverata in una clinica (in California) nella quale: l’accesso dei parenti era consentito anche di notte, il vitto era scelto attraverso un menù quotidiano e il coniuge aveva potuto pernottare con lei durante il breve periodo (tre giorni) di degenza. Il tutto, pagando il 20 per cento dell’importo totale.
Naturalmente, c’è da valutare anche l’altro lato della medaglia che, credo, può, addirittura, presentare aspetti di carattere drammatico.
Solo a titolo di cronaca, riporto che, abbastanza frequentemente, le polizze sanitarie prevedono che l’assicurato anticipi l’intero ammontare della spesa sostenuta. Solo successivamente, la sua compagnia provvederà al rimborso.
Un altro dato, altrettanto importante, è relativo al fatto che il costo delle polizze può variare – anche di molto – da uno Stato all’altro. I cittadini di San Francisco , ad esempio, lamentano i premi maggiori, ai quali, a loro parere, non sempre corrispondono le migliori prestazioni.
Chi, ad esempio, non ha la fortuna di lavorare presso un’azienda che non copre tutti i costi assicurativi, può essere costretto a sborsare anche alcune centinaia di $ mensili se non vuole limitarsi alla copertura delle sole spese “di base” e all’esclusione di particolari patologie.
È frequente, inoltre, il caso in cui, in presenza di particolari patologie o anche per soggetti definiti “ad alto rischio”, quali, ad esempio, i cardiopatici, la compagnia di assicurazione si rifiuti di stipulare la polizza o chieda il pagamento di premi che, definire esosi, appare un eufemismo!
Tra l’altro, sono molti coloro che, bisognosi di cure particolarmente costose, all’atto della naturale scadenza della polizza, se ne vedono rifiutare il rinnovo.
In questo senso, fu eclatante ciò che capitò, alcuni anni or sono, a Christopher Reeve; il mitico Superman del cinema hollywoodiano.
In seguito a una rovinosa caduta da cavallo, era rimasto completamente paralizzato (dal collo in giù) e, quindi, bisognoso di assistenza continuativa e cure molto costose. Inizialmente, tutto questo avvenne grazie alle “coperture” previste dalla sua polizza sanitaria, ma, inevitabilmente, quando essa giunse a scadenza, la compagnia gli negò il rinnovo della stessa. Fu solo grazie alla mobilitazione del c.d. “mondo del cinema” e alla partecipazione attiva di tanti suoi colleghi che si riuscì’ a mettere insieme i fondi necessari a garantirgli la continuità delle ingenti spese mediche.
Tutto questo, però, pare ancora non sortire alcun effetto pratico, nella pur non soporifera società nordamericana.
La stessa riforma dell’ex Presidente Barack Obama, tanto osteggiata all’epoca quanto oggi invisa a Trump, tesa, in sostanza, a non modificare nulla del sistema vigente – nel senso che, fermo restando il ricorso alle compagnie assicuratrici, aveva semplicemente esteso, attraverso un contributo federale, l’accesso alle cure mediche a oltre 40 milioni di cittadini a basso reddito (oltre ad incentivare misure sanitarie preventive) – sembrò essere dettata, addirittura, dal Maligno. Ci fu persino chi – per una volta, senza alcuna distinzione, tra repubblicani e democratici – accusò Obama di voler introdurre, nella società statunitense, misure e princìpi di carattere socialista!
In definitiva, il confronto pare potersi ridurre, da un lato, alla rappresentazione di una situazione che, a parere di qualcuno, potrebbe essere così (brutalmente) sintetizzata: “Sanità negli Usa: se paghi, ti curi (forse)!”
Dall’altro, nonostante tutte le negatività, che caratterizzano negativamente il nostro sistema, pochi sanno che l’Italia, nel corso degli ultimi anni, ha ricevuto non pochi riconoscimenti internazionali per il tanto bistrattato settore della sanità pubblica.
Nel 2000 infatti, l’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) inserì l’Italia al 2° posto nella classifica dei migliori sistemi sanitari nazionali al mondo, in termini di efficienza di spesa e accesso alle cure pubbliche per i suoi cittadini. Al primo posto, la Francia.
Ancora nel 2013, il nostro paese, a parte una lieve contrazione della spesa sanitaria realizzata negli anni 2011 e 2012, fu promosso dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).
Ritenere, quindi – come pure molti, in Italia, sostengono – che l’affermarsi dei “privati” nella sanità (attraverso, evidentemente, le compagnie assicurative private) contribuirebbe ad agevolare la concorrenza, evitare l’attuale malcostume, ridurre i costi e, in definitiva, migliorare i servizi ai cittadini, equivale, a mio parere, a una gigantesca sciocchezza.
Ciò non toglie che, se è vero che la sanità italiana – insieme a Francia, Regno Unito e Germania – è tra le prime in Europa, soprattutto per il livello delle prestazioni, è altrettanto vero che essa “è migliore in potenza, ma, troppo spesso, viene fatta funzionare male”; come sottolinea il noto blogger Totentanz.