QUANDO FABRIZIO INIZIO’ A CANTARE NEL VENTO

DI DARWIN PASTORIN

L’11 gennaio di vent’anni fa la voce di Fabrizio De Andrè cominciò a cantare nel vento: se ne andava il cantautore che aveva accompagnato, consolato, colmato la vita poetica, esistenziale, ribelle di più generazioni.

Faber ci insegnò, e ci insegna, a guardare il mondo con gli occhi degli emarginati, degli invisibili, degli sconfitti. E non poteva esistere più spazio nel nostro orizzonte, politico e culturale, per gli intolleranti, per il Potere, per gli arroganti: capimmo, subito, perfettamente, che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Devo a mio fratello Lamberto, sei anni più di me, lui del ’49 io del ’55, la scoperta di De Andrè: fu subito, fin dalle prime canzoni, dai primi 45 giri, un folle, bellissimo, struggente amore, una passione infinita. Marinella, Bocca di Rosa, Piero, Geordie, Barbara erano diventati miei compagni di strada, di lotta, di futuro.

Nel 1968, in quella stagione memorabile di sogni e fuochi, di tutto e niente, di speranze dolori e utopie, venni abbagliato dal 33 giri, appena uscito, “Tutti morimmo a stento” e dal brano “Recitativo“, due invocazioni e un atto d’accusa, che Faber declamava con quella sua voce unica e irripetibile che si portava dentro tormento, sentimento, partecipazione, gli odori dei vicoli, i profumi delle primavere, fino a tutte le smisurate preghiere di questa terra.

Un incipit folgorante:

“Uomini senza fallo, semidei che vivete in castelli inargentati, che di gloria toccaste gli apogei, noi che invochiam pietà siamo i drogati. Dell’inumano varcando il confine, conoscemmo anzitempo la carogna che ad ogni ambito sogno mette fine: che la pietà non vi sia di vergogna”.

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È la Pietà a dominare questo testo possente, lacerante. Questo urlo estremo. La Pietà troppo spesso dimenticata dai “giudici eletti” e dagli “uomini di legge”. Ascoltatela, se non la conoscete: come tutti i testi di Fabrizio è attuale ancora oggi.

Il 1969 fu il mio primo anno di liceo. Il Quinto Scientifico, oggi Alessandro Volta, di Torino. Entrai subito nella realtà, dopo la leggerezza delle medie, trascorsa, soprattutto, tra tigrotti salgariani, le figurine Panini, i gol di Anastasi e l’uomo sulla luna a spegnere la fantasia e le domande dei poeti. Cominciarono i cortei, le assemblee, le nuove letture (Kerouac, Pavese), la voglia di conoscere e di sapere, con la strage di piazza Fontana che avrebbe, definitivamente, cancellato la nostra giovinezza.

Sentivo Faber sempre più importante per me, per noi, una luce chiara in quella nostra strada ancora tutta da percorrere, così piena di agguati, di disillusioni. Parlai con la professoressa di italiano e latino e le feci una proposta: inserire “Recitativo” nel programma. Rimase interdetta, bofonchiò, rimandò, si aggrappò a Pascoli e Carducci, per poi dire “va bene”: quelle parole non si potevano mettere in discussione, nascondere.

Raccontai questo episodio, molti anni dopo, a Fabrizio, per telefono. Sorrise, disse, semplicemente: “Non ho l’età, comunque, per essere considerato un classico”.

E io, ancora adesso, continuo a ripetere: “Uomini, poiché all’ultimo minuto non vi assalga il rimorso ormai tardivo per non aver pietà giammai avuto e non diventi rantolo il respiro: sappiate che la morte vi sorveglia. Gioir nei campi o fra i muri di calce, come crescere il gran guarda il villano finché non sia maturo per la falce”.

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