ROJAVA, CURDI TRADITI. COME SEMPRE

DI FULVIO SCAGLIONE

Solo poche settimane fa, il presidente Donald Trump annunciava l’intenzione di ritirare dalla Siria i 2 mila soldati americani che in questi anni hanno sostenuto i curdi del Rojava e le milizie arabe negli scontri contro l’Isis. Trump non ha indicato i tempi del ritiro. Ma il solo annuncio è bastato a far prendere una piega nuova agli eventi sul campo.

Quello che i curdi del Rojava (e le Unità di protezione popolare che sono, di fatto, il suo esercito) si sono trovati ad affrontare è stato l’ennesimo tradimento occidentale. I curdi contavano sull’appoggio almeno politico degli Stati Uniti per proteggere l’esperimento di autonomia e autogoverno del Rojava sia dall’ostilità della Turchia sia dalle mire della Siria di Bashar al-Assad che, con il sostegno della Russia, ora punta con decisione a recuperare il controllo sulla totalità del territorio siriano. Quel presunto appoggio politico, invece, è venuto meno su tutti i fronti. La Turchia ha potuto attaccare impunemente, e per due volte, il Rojava. Erdoğan considera il Rojava null’altro che una manifestazione territoriale del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) che la Turchia, e pure l’Europa (anche se una recente sentenza della Corte di Giustizia belga ha stabilito il contrario), qualifica come un movimento terroristico.

Sul lato della Siria, l’annuncio del ritiro Usa ha dato un grosso impulso anche alle ambizioni russo-siriane. Impossibile non leggere le dichiarazioni di Trump («Eravamo lì solo per combattere l’Isis») come la rinuncia americana a fare in Siria ciò che fu fatto nel 2003 in Iraq.

Intendiamoci: Trump ha ragioni di realpolitik dalla sua parte. Una vera influenza sul Medio Oriente può esercitarla molto più attraverso l’asse con Israele e Arabia Saudita(che infatti rafforza senza sosta) che non con duemila soldati e un pò di milizie curde impegnate a difendere un progetto politico nobile ma, per la regione, purtroppo fragile. È quella contro l’Iran la vera “battaglia” degli Usa e il Rojava può attendere.

Comunque sia, i curdi si sono sentiti traditi. Si sono trovati di nuovo soli. E hanno reagito nell’unico modo possibile. Con la Turchia non c’è trattativa possibile, Erdoğan accetterebbe solo la totale sottomissione del Rojava. Quindi i curdi si sono rivolti alla Siria che, dopo tutto, è tecnicamente ancora la loro patria. Hanno invitato l’esercito siriano a entrare nella città di Manbij per presidiarla. Poi hanno aperto trattative ufficiali con la Siria con la mediazione della Russia.

Così, per l’ennesima volta in questi anni, è il Cremlino a occupare il centro.Vladimir Putin dovrà parlare con Erdoğan, furioso per quella che, a dispetto dei confini e del diritto internazionale, considera un’intromissione della Siria in un affare “interno” della Turchia, ovvero la lotta contro il (presunto) terrorismo curdo. E parlare anche con Bashar al-Assad, ora ben felice di restituire il “favore” alla Turchia che per anni ha aiutato e armato i terroristi di Al Nusra, che hanno fiancheggiato le sue truppe anche nell’attacco contro il Rojava. I curdi, a loro volta, chiedono che la Siria adotti una struttura federale e conceda al Rojava un’ampia autonomia. Il governo siriano ha risposto picche ma siamo solo agli inizi di una trattativa che sarà lunga e complicata.

Comunque vada a finire, i curdi questa partita, come tutte le altre del resto, se la devono giocare da soli, senza appoggi. Con una certezza: il sogno che li ha accompagnati per tutti questi anni di guerra, e cioè di poter essere “terzi” sia rispetto ad Assad sia rispetto ai suoi nemici, per combattere solo l’islamismo jihadista e garantirsi così un ruolo così non compromesso nel dopoguerra, è andato in frantumi.

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