A VERY ENGLISH SCANDAL, LA COMMEDIA BRITISH ALL’ITALIANA

DI AMLETO DA SILVA

“Il distretto elettorale del North Devon, infatti, nonostante le incantevoli brughiere così tipicamente inglesi e i suoi scorci da cartolina, era popolato soprattutto da lavoratori sottopagati del settore agricolo e ittico, e Thorpe era quanto di più lontano ci potesse essere da quella gente. Persona elegante e raffinata, aveva studiato a Eton e possedeva un gusto spiccato e particolare per l’abbigliamento. Di solito indossava un soprabito di cashmere con tanto di colletto di velluto e, cosa ancora più eccentrica, una bombetta marrone. Eppure non ci aveva messo molto a conquistare i suoi elettori.
Thorpe trasmetteva carisma ed empatia, ed era anche bravissimo a ricordare i nomi delle persone e a convincerle di quanto i loro problemi gli stessero a cuore. Si presentava ai suoi futuri elettori con le braccia spalancate e il sorriso smagliante, come se il solo fatto di incontrarli fosse un sogno che si avverava. Pochi sapevano resistergli, e tutti lo adoravano perfino quando faceva il verso – Thorpe era un bravissimo imitatore fin da ragazzino – al loro pesante accento, tipico della parte sudoccidentale dell’Inghilterra.”

Questo è il libro di John Preston, Uno scandalo molto inglese (Codice Edizioni, Torino), da cui è tratta la serie. Caviamoci il dente e diciamolo subito: è meglio la serie (per quanto il libro non sia affatto male, e vi consiglio di leggerlo), anche perché Preston ha partecipato alla sceneggiatura insieme a Russell T. Davies, vecchio autore di Doctor Who. Il fatto è che il libro ha un taglio, come è giusto che sia, molto giornalistico. Il problema è che la storia in quanto tale non è che sia questa gran novità: il politico inglese gay (ma non mi dire) sebbene in pubblico sia irreprensibilmente etero (ma come vi vengono queste idee?), che alla fine, spaventato dallo scandalo, sembra che cerchi di far uccidere il suo vecchio amante che ha deciso di non dargli tregua. Per carità interessante, ma diciamo che di storie così ne abbiamo sentite raccontare un bel po’, da qualche decennio a questa parte. Ora, l’idea di farci una serie sarebbe stata abbastanza peregrina, se non fosse per due fattori. Il primo è un signore di 77 anni che si chiama Stephen Frears. Uno con una carriera magari non strepitosa, ma porca miseria, è un signor regista. Senza contare che aveva già affrontato, con garbo e ironia il tema dell’omosessualità in Inghilterra in My beautiful laundrette (1985) e in Prick Up – L’importanza di essere Joe (1987), anche se per me il capolavoro della sua vita è essere riuscito a far prendere una coppa Volpi e un Oscar alla più bella e brava attrice del mondo: Helen Mirren per The Queen (si vede che sono un fan di Hellen Mirren? Dite che trapela?). in A very English scandal Frears si supera: in una storia che avrebbe del patetico riesce a mettere tutto il suo gusto e la sua ironia, soprattutto nella parte del tentato omicidio del giovane gay. E qui mi gioco la reputazione (capirai, direte voi): scommetto che Frears, prima di girare, si è riguardato con attenzione il misconosciuto Italian Secret Service di Comencini (1968), con un grande Nino Manfredi. Scommettiamo?

Il secondo fattore che rende grande questa serie è un signore di 59 anni che risponde al nome di Hugh Grant. Non l’ho mai amato come attore, lo confesso. Ho sempre trovato la sua rocambolesca vita privata molto più divertente dei ruoli che interpreta. Beh, qui è spettacolare. Smessi finalmente i panni (e quelle odiose mossette da belloccio) da cicisbeo da cocktail party, qui diventa letteralmente Jeremy Thorpe, e se non mi credete guardate i filmati originali dell’epoca su YouTube. Solo che ci mette, da bravissimo attore quale è finalmente diventato, del suo. C’è la scena in cui incontra l’avvenente stalliere che diventerà il suo giovane amante, in cui si esibisce in una serie di saltelli ai limiti del comico. E anche qui, voglio scommettere che Grant ha imparato a memoria le scene in cui Sordi scimmiotta un gentleman in Fumo di Londra (1966). Lo so che l’idea vi sembrerà peregrina, ma guardate che anche Jack Nicholson diceva che per prepararsi a certi ruoli studiava con attenzione Albertone nostro: perché non Grant, che non è mai stato Nicholson? Insomma, c’è tanto humour britannico, ma anche tanta commedia all’italiana, in questo scandalo così tanto Inglese. Su Sky.

A very english scandal, la commedia british all’italiana