DUE PAROLE SULLA RESISTENZA SPECULATIVA

DI LOREDANA LIPPERINI

Va bene, chi siamo davvero? Ieri pomeriggio a Fahrenheit si è discusso con Fabio Chiusi e Francesco Remotti di identità reale e identità virtuale, chiedendoci quanto la seconda coincida del tutto con la prima. Non c’è una risposta netta, evidentemente. E la questione non è neanche completamente contemporanea. A pensarci molto bene, Icaro volò molto prima del Neo di Matrix, già nel Medioevo il Golem dava inizio alla ribellione delle creature artificiali e nel Quattrocento esisteva una realtà virtuale che simulava le tre dimensioni. Qualche anno fa, uno studioso accorto come Tomas Maldonado aveva dimostrato che l’ immersione nel quadro San Girolamo nello studio di Antonello da Messina poteva costituire un’ esperienza molto simile alla navigazione in rete, e che l’ illusione del reale e l’ aspirazione a riprodurlo e superarlo facevano parte della storia degli uomini da Omero in poi.
Ma negli ultimi tempi è diventato più difficile separare rigorosamente gli obiettivi campi di azione della realtà digitale da quelle che sempre Maldonado chiamava gaddianamente le “virtuovaglie”: complici, certo, l’ accelerazione tecnologica, l’ enorme diffusione dei media dell’ immateriale e la nostra presenza più che quotidiana sui social. Insomma, quel che gli esperti più avveduti ripetono a proposito della capacità dei bambini di distinguere il mondo dalla finzione dei cartoni, diventa sempre meno vero per gli adulti: gli eroi di Matrix cadevano dalla cima del grattacielo esattamente come Wyle Coyote, e come lui si rialzavano fra il tripudio generale. Lo facciamo anche noi, ovviamente: Black mirror racconta quel che siamo già, con appena un avanzamento nel possibile. Veniamo bannati e non possiamo comunicare con gli altri, cerchiamo di crescere in popolarità con cortesia o ammirazione manifesta spesso ipocrite, auguriamo la morte sui social in nome del nostro diritto di parola e via così. E allora?

E allora uscire dai social, faccenda di cui si discute parecchio negli ultimi tempi, serve pochissimo. Ieri ho citato una considerazione di Chiusi, in questo articolo, che vale la pena di riportare:

“…il monito di Malka Older, studiosa e scrittrice di sci-fi a sfondo politico che, citando Yuval Noah Harari, riporta: “per cambiare un ordine immaginario esistente, dobbiamo prima credere in un ordine immaginario alternativo”. A dire: dovremmo usare di più l’immaginazione, specie fantapolitica e fantascientifica, se vogliamo provare a realizzare un mondo, e un’ideologia, in cui i monopolisti dei dati non sono immutabili, irregolabili, inamovibili. Older la chiama “resistenza speculativa”: “Abbiamo bisogno di futuri speculativi”, dice, “ci ricordano che il mondo in cui viviamo non è inevitabile”. Se l’ideologia dominante è tale proprio in quanto capace di rendersi invisibile, di entrare tra le norme e i comportamenti quotidiani come il respiro nel torace, il grido immaginativo della scrittrice è la forma più pura, e forse più forte, di critica ideologica a Silicon Valle