E POI CI SONO I BAMBINI

DI DAVIDE ENIA

Mi disse: «L’hai mai visto morire in mare un bambino?».
Gli occhi gli si inumidirono in un istante ma non pianse. Non pianse mai.
Gesticolò brevemente, in silenzio.
Aggiunse, soltanto: «È qualcosa che non potrò mai più dimenticare. Ci penso sempre».
*
Oltre venti morti in mare, qualche giorno fa. Galleggiava a testa in giù anche un bambino di tre anni.
Durante le operazioni di soccorso, la Guardia Costiera Libica ha tirato patate contro i volontari delle ONG mentre recuperavano i vivi dal mare.
Prendevano la mira e scagliavano le patate, per colpire, per fare male, per impedire i soccorsi.
Con queste le persone l’Italia ha stretto accordi.
È questo il meglio che riusciamo a essere?
*
Mi aveva detto cose semplici, quasi banali nella loro evidenza.
Mi aveva detto: «I numeri sono semplici perché sono freddi. Non hanno occhi, i numeri. Non hanno odori, non hanno calore. E invece lì, in mare aperto, non c’è l’astrazione dei numeri, ci sono le persone in carne e ossa, con muscoli, braccia e facce. Vieni trapassato dai loro sguardi».
Aveva mosso le mani, come a indicare la vastità di quegli sguardi. Dovevano essere stati tantissimi.
Si avvicinò e mi disse: «Quando incroci lo sguardo di chi sta lottando da ore contro la stanchezza per non morire in mare, ci vedi dentro una disperazione infinita. Quando le forze li abbandonano, quella disperazione di colpo scompare, come qualcosa che si spegne, e gli occhi si riempiono di uno sconforto inconsolabile».
Si allontanò e si guardò le mani.
«È un attimo, un attimo soltanto, ma io ci ho visto ogni volta, in ogni singolo sguardo, tutta la rassegnazione del mondo. Poi sprofondano giù».
Inspirò a occhi chiusi, poi li riaprì e tornò a fissarmi.
«E poi ci sono i bambini».
Gli si gonfiò il petto ma non pianse.