GRANDE FILM, “LA NOCHE DE 12 AÑOS”: GLI ANNI CHE PEPE MUJICA HA TRASCORSO IN PRIGIONE

DI GIOVANNI BOGANI

Si chiama “La noche de 12 anos”, la notte di dodici anni. Sono gli anni che Pepe Mujica e i suoi compagni di lotta tupamaros passarono in prigione. Nelle prigioni di un’Uruguay non molto diversa dall’Argentina del generale Videla, dei desaparecidos, dall’Argentina della dittatura insomma. Almeno, tutto questo agli occhi miei, di europeo non troppo informato, ma abbastanza vecchio per sapere che in America latina, negli anni ’70, non se la passavano bene quanto a democrazia.

Avrei voluto vedere Pepe Mujica, quello che ho conosciuto dopo, come presidente dell’Uruguay. La sua saggezza semplice, arguta. La sua intelligenza, il suo carisma nascosto sotto i vestiti da contadino, da pensionato.

Ma la storia che vedo, nel film, è quella accaduta prima. La prigione senza pietà, senza sconti. Isolamento totale, e di quando in quando torture, per lui e per i suoi compagni tupamaros. I tupamaros erano i rivoluzionari uruguayani. E la storia accaduta prima – con pochi, rapidi accenni alla loro lotta clandestina, e alla cattura – è soprattutto la storia di una prigionia oscura, spietata, ossessiva.

Oscuro, spietato, ossessivo è anche il film. Si inizia con un’inquadratura di sbarre e non se ne esce più. Celle nude, senza finestre, con formiche e con topi. Tutto molto prevedibile: i cattivi – i soldati, i carcerieri – sono solo cattivi, i buoni – i prigionieri – sono inermi, martiri. Anch’essi a una dimensione. Ci sono momenti quasi teatrali, le celle come palcoscenici. Ci sono sequenze infinite senza parole, e altre – l’incontro fra Mujica e una dottoressa – che di parole ne hanno molte, fino a spiegare tutto quello che già sappiamo.

Diciamo che forse non è il modo più facile per fare appassionare il pubblico ad una storia straziante e degna di essere ricordata. Non c’è mai incertezza, sappiamo che accade sempre quel che deve accadere, e in fondo i tre protagonisti sono, essi stessi, rassegnati al loro destino. Tutto il contrario di quella esplosiva incertezza che c’è nei film americani, tutti, anche quelli in cui il protagonista è in cella, legato mani e piedi. Fra “12 anni schiavo” e “La notte di 12 anni” c’è un abisso, insomma.

Però ci sono due cose che questo film mi ha dato. Una: non sapevo molto della storia dell’Uruguay, per me l’Uruguay era una squadra di calcio con la maglia celeste e la faccia del “chino” Alvaro Recoba, del biondo Diego Forlan, l’irruenza selvaggia di Edinson Cavani, e Luis Suarez che morde Chiellini ai Mondiali del 2014. Insomma, l’Uruguay era il calcio e poco altro. Ora mi viene voglia di saperne di più. E qualcosa so, grazie a questo film.

La seconda cosa è una versione pazzesca di “The Sound of Silence”. Strappata, lacerata, mangiata, divorata, stirata, cantata parlata e lacrimata, sofferta come non mai, e compresa – nel profondo – da chi la canta, come non mai. All’inizio non capisci neanche che canzone sia. Poi scopro che è la più bella versione che ho mai sentito. È nel finale del film, e sembra raccontare esattamente la storia dei tre Cristi che stanno nel film. Ma forse, quando una canzone è cantata così bene, con un tale pathos, racconta esattamente la storia di ciascuno di noi.

Ho aspettato fino all’ultimo titolo di coda per sapere chi l’ha cantata. Si chiama Silvia Perez Cruz. La metto qui sotto.