LA PRESENZA NELLA VITA DELLE PERSONE ANZIANE DEVE ESSERE UNA COSTANTE

DI FLAMINIA LIZZANI

Stanotte mi sveglio di soprassalto. Urla. Come fossero in casa. Sembra il disperato richiamo di un gatto in calore, nel sonno non capisco è tutto confuso e sfuocato. Poi sempre più nitide le grida di aiuto. A intermittenza, aspetto il successivo per capire se è la mia vicina. Mi precipito fuori sul pianerottolo per cercare di capire se la voce viene dall’appartamento accanto al mio, come immagino. La mia vicina è una donna esile, piccola, caparbia, ultra – novantenne.

La incrocio qualche volta mentre saliamo al secondo piano, a piedi. Non abbiamo l’ascensore. Le chiedo se ha bisogno che le faccia la spesa ma lei declina ogni volta l’offerta. Le porto le buste quando saliamo insieme. È molto schiva, diffidente, ma capisco che avrebbe voglia di parlare. Non parla con nessuno. Lo so. Qualche volta lo faccio e lei è un fiume in piena, poi si ritrae. Quando è in casa, cioè sempre, non sento mai nulla dall’altra parte del muro e mi chiedo se esista veramente, come i corpi delle persone dimenticate che perdendo lo sguardo dei propri affetti evaporano. Mi tormento su come ci si possa dimenticare della propria madre, o della propria nonna, in questo modo. Lo faccio ogni volta che salgo a casa e sfioro la sua porta. Mai un nipote, una amica, un familiare. Neanche l’esilio prevede questo trattamento.

Mi impongo di non pensare a cosa abbia fatto per annegare in questa solitudine forzata. Ne trarrei delle conseguenze che la metterebbero, forse, sul banco degli imputati. Puoi avere commesso le peggiori nefandezze ma a novanta anni suonati pure dal carcere ti tolgono. Si parla di umana pietà. Non mi inerpico per trovare scuse. Quando ho svegliato l’altra vicina e abbiamo telefonato ai pompieri pensavo che non si può morire così, dimenticati, e saliva la rabbia. Perché un incidente è prevedibile, un figlio, una figlia, e lei li ha, lo so, non possono ignorare, fare finta che non sia possibile. Anche volesse stare da sola, o non ci fossero i soldi per una badante, è raccapricciante quel freddo, quel silenzio, quel vuoto che la avvolge.

Arrivano i pompieri mentre noi cerchiamo di tranquillizzare la signora, che continua a chiedere aiuto disperata. Esplorano tutte le vie per entrare infine decidono di sfondare la finestra. La porta è chiusa, da dentro. Entrano e ci aprono. Alla signora, esile, delicata come la carta velina, è caduta addosso una scala di ferro. Cercano di capire come è successo, mentre la visitano, è arrivata l’ambulanza, ma lei è confusa e sta male. Tutti cerchiamo traccia dei figli, perché lei non ricorda i numeri. La casa ha le pareti scrostate, i fili della luce esposti, neanche le canaline. È pulitissima ma sembra una casa abbandonata. Forse non c’è neanche il riscaldamento. Ci ero già stata, quei muri con la carta da parati corrosa, il morso di quando ci ero entrata la prima volta e ora eccoci li a cercare una agenda, un foglio un numero un indizio. La caricano sulla ambulanza, è salva, chiameranno le persone che le hanno regalato questi ultimi anni di vita. Rabbia. Non si può morire così.