TRIVELLE DI STATO. REGIONE PUGLIA CONTRO IL GOVERNO

DI PAOLO VARESE

CONTINUANO LE POLEMICHE CONTRO LE TRIVELLAZIONI NEL MARE ADRIATICO, DI FRONTE ALLE COSTE PUGLIESI

Italia, penisola di santi, poeti e trivellatori. Può sembrare una battuta, ma in realtà che il bel paese fosse ricco di giacimenti, anche se non molto estesi, è noto fin dall’antichità, come resocontato dalle cronache di illustri storici, come Plinio il  Vecchio e Diodoro Siculo. E forse non tutti sanno che, nel 2012, la nostra nazione era al quarto posto tra le nazioni produttrici in Europa, con una produzione giornaliera di 105.000 barili al giorno. Certo, essendo l’Italia all’undicesimo posto nella classifica mondiale delle importazioni di idrocarburi, con 1.646.000 barili importati al giorno, risulta ovvio che si sia ben al di sotto del fabbisogno nazionale. Ma il discorso delle trivellazioni sul suolo nazionale parte da molto lontano, da prima della seconda guerra mondiale, quando l’Agip comprò dagli Stati Uniti il necessario per le prospezioni geofisiche, necessarie per la ricerca di giacimenti sepolti. Si iniziò con trivellazioni nella pianura Padana, dove venne trovato del gas naturale, il maggior giacimento dell’Europa occidentale, e la notizia venne volutamente tenuta nascosta ai tedeschi, che iniziavano ad occupare il nord del paese. Enrico Mattei, all’epoca commissario liquidatore dell’Agip, appresa la notizia, si convinse ad interrompere il proprio mandato per far risorgere l’azienda, contando sui giacimenti nazionali. Col passare del tempo, in piena crisi energetica degli anni 70, furono avviate nuove esplorazioni, e si iniziò una vasta campagna di perforazioni anche lungo le coste, tanto da arrivare alla proposizione di un referendum abrogativo, nel 2016, per proporre la cancellazione della norma che estende la durata delle concessioni per estrazione di idrocarburi in mare, sino all’esaurimento dei giacimenti. Referendum fallito per mancanza di quorum ,nonostante fosse stato proposto da 5 regioni, anche se il paventato aumento di concessioni non si è verificato. La volontà di mantenere in piedi i pozzi in mare aperto era dettata, secondo le compagnie, dal costo di smantellamento degli impianti, tanto è vero che, secondo una statistica stilata da Greenpeace, delle 88 piattaforme presenti nei nostri mari, circa 35 non sono funzionanti, ed altre 26 invece mantengono le estrazioni sotto la soglia che impone il pagamento delle royalties allo Stato. lo scontro tra ambientalisti e società petrolifere è tuttora aperto, poiché secondo i primi, anche estraendo tutte le riserve stimate, non diminuirebbe la dipendenza da fonti energetiche mentre l’impatto ambientale sarebbe disastroso, a differenza dei produttori che invece invocano una sorta di liberalizzazione per poter sopperire alle esigenze del paese. La mappa delle trivelle marine è estesa, e comprende praticamente tutte le perle del Mare Nostrum, da Pantelleria a Santa Maria di Leuca alle Tremiti a Venezia. Il Ministero per lo Sviluppo Economico, alla fine del 2018, ha confermato le concessioni per 90 trivellazioni terrestri e 24 per i fondali marini, oltre alle 143 concessioni per coltivazioni di idrocarburi in terra e 69 in mare. Altro fronte di scontro è il pagamento richiesto per alcune concessioni, come nel caso delle trivellazioni di fronte alle Tremiti, per cui sono versati circa 2.000 euro l’anno da parte della Proceltic Italia S.r.L, società concessionaria. La vicenda vede su posizioni opposte anche Governo e Regione Puglia, in quanto durante le elezioni uno dei punti cardine era proprio lo stop al maltrattamento dell’ambiente in favore delle società petrolifere, mentre, secondo quanto ratificato dal Ministero dello Sviluppo Economico, non si è proceduto a nessuna chiusura. Secondo il Governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, non erano necessari atti particolarmente complessi per far cessare dette operazioni in mare, ma si è preferito agevolare il potere economico invece di tutelare mare e coste nazionali. La questione andrà discussa in Parlamento, anche perchè la legge che consente le trivellazioni entro 12 miglia dalla costa non può essere materia da trattare in modo leggero. Certamente andrebbero ripensate le norme a favore di altre tipologie di energia, in special modo quelle rinnovabili, dalla eolica alla solare, ma viviamo in una nazione dove il furto di pannelli solari è all’ordine del giorno, e dove le pale eoliche sono viste come uno sfregio al paesaggio. In compenso la dipendenza dal petrolio e dai gas naturali non è in calo, a causa di una mancanza di visione a lungo raggio da parte degli addetti ai lavori. Forse servirebbe un nuovo Enrico Mattei, un uomo capace di contrastare i poteri forti legati allo sfruttamento dei giacimenti, ma per il momento è più forte il richiamo dei soldi che quello della natura.