DAR CREDITO A CHI FA CREDITO? ADESSO TOCCA A CARIGE

DI MARINA NERI

 

 

Italiani, popolo di poeti, navigatori, santi e…risparmiatori. Ed è sull’ultima qualità che molto spesso si è giocato, infierito, lottato, barato, irrimediabilmente perso.

Tradizione antica, quindi, quella del risparmio.

Eccellenza italiana che vide sorgere, secoli or sono, banche che hanno attraversato indenni la Storia e i suoi momenti e oggi, al pari di ideali, valori e costumi, si disgregano al suono di voci contrastanti, mai univoche, mai fino in fondo vere.

Il 2018 e’ stato l’anno nero della Carige, una delle piu’ antiche banche del mondo. Nasce, infatti, nel 1483 quando venne istituito il Monte di Pietà di Genova.

Attraversa l’Inquisizione, attraversa il Rinascimento, il Romanticismo.Banca nell’unità d’Italia, nella guerra del fascio e dello sfascio, nel dopoguerra del credito per rinascere, nel benessere per dare lustro a una nazione, nella crisi economica e dei valori emblema di un mondo che barcolla, cede strutturalmente e cade. Specchio della realtà italiana ed europea.

Esempio dell’ubbidienza ad un sistema che non conosce meritocrazia, competenza, etica, ma che occhieggia alla finanza sovranazionale, si piega agli umori del mercato globale, e, prono, segue esclusivamente la legge del più forte.

E finge il rispetto delle regole. Formalmente le avalla, sostanzialmente le abiura.

Un sistema che nutre se stesso e conserva la sua specie attraverso la formula collaudata del Controllore/Controllato.

Non si può parlare di Carige, di banche in crisi italiane, infatti, senza una piccola digressione su Banca Italia. Banca d’Italia dovrebbe essere il tempio della sacralità del risparmio. Super partes. Controllore delle banche italiane.

Questa, almeno è la funzione delle altre banche centrali europee, possedute dai loro governi.

In Italia, le banche italiane principali posseggono, invece, complessivamente circa l’88% del capitale della banca centrale, l’assetto della stessa, quindi, è privato.

Giovenale, che la sapeva lunga in fatto di satira, scriveva: Quis custodiet ipsos custodes? «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»

Infatti il sistema dei controlli di Banca d’Italia è fallimentare. Ma guai a parlare di “conflitto di interessi”. Da vent’anni a questa parte un concetto che aleggia, ma non trova mai la sua concretizzazione a tutto vantaggio del mantenimento e della prosecuzione delle “ caste di sistema”.

Il 2018 si chiude male, quindi, per banca Carige. Crisi globale e malumori interni porteranno a una diaspora di amministratori e singoli azionisti. All’assemblea degli azionisti del 22 dicembre 2018 convocata per approvare l’aumento di capitale di 400 milioni concordato con la Banca Centrale Europea, un colpo di scena. L’ azionista di maggioranza, si astiene, facendo venir meno il quorum necessario per il voto.

Da questo momento inizia la folle corsa per salvare Carige dalla insostenibile incertezza che i mercati mal tollererebbero.

Urge correre ai ripari. Le dimissioni del CDA del 2/1/2019 gettano la banca nel caos.

Interviene la Banca Centrale Europea e, primo caso in Europa, dispone con urgenza l’amministrazione straordinaria di un istituto di credito. Una sorta di commissariamento.

Sempre dal 2 gennaio 2019 la Consob ha sospeso le azioni Carige dalle contrattazioni.

La prognosi era riservata, la situazione grave anche se non ancora tale da innescare la procedura di rianimazione come era accaduto per le altre banche italiane in precedenza.

Così il Governo decide di intervenire, sempre sotto attenta e vigile sorveglianza della BCE.

Con Decreto Legge 1/2019, stanzia 3 miliardi di euro a titolo di garanzia sulle obbligazioni che Carige andrà ad emettere fino al 30 giugno 2019 e in cambio, Carige dovrà obbligarsi a versare allo Stato una commissione per la garanzia prestata ( cfr. wikipedia).

Il governo fa anche di più, sempre con decretazione di urgenza, ripone nel salvadanaio del Ministero dell’Economia e delle Finanze, un miliardo di euro da utilizzarsi, eventualmente, solo nel caso di decisione di ricapitalizzazione della Carige fino al 30 settembre 2019 , e altri spiccioletti pari a trecento milioni di euro che potranno essere utilizzati solo in caso di effettiva mancanza di liquidità ed indifferibilità e urgenza.

Nel decreto viene, solo in questa probabile, possibile ipotesi , previsto il c.d ” burden sharing”

Tradotto in italiano letteralmente “ condivisione degli oneri” e sarebbe la via per salvare le banche con “ denaro pubblico”, salvataggio cui, però, devono contribuire gli stessi soggetti che hanno investito nelle banche medesime.

Da quella notte di inizio anno, in cui in soli dieci minuti la solita decretazione di urgenza ha fatto il suo ingresso nel panorama legislativo italiano, si susseguono critiche veementi nei confronti del decreto e difese d’ufficio da parte della maggioranza di governo.

Renzi, Boschi e company, abituè dei “salvataggi bancari italici” dell’ultimo periodo, hanno gridato allo scandalo, ritenendo il decreto salva Carige, pedissequa copia dei loro decreti, in special modo il decreto Gentiloni del 2016.

La comparazione dei due decreti fa propendere per questa tesi, con magno gaudio degli esponenti della precedente maggioranza che avevano avallato il salvataggio di Monte Paschi di Siena, e banche minori quali Etruria, Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca.

Mettendo i due testi a confronto emerge che
nella quasi loro totalita’ essi sono identici anche se nel decreto salva Carige e’ previsto il massimale di garanzia ammontante ad euro tre miliardi .

Nel decreto Gentiloni era codificata,peraltro una proroga di ulteriori sei mesi per l’estensione della garanzia non riportata nel decreto ” salva Carige”.

Differenze si rinvengono leggendo l’art. 4, rubricato “condizioni”. Nel piu’ recente vengono stabilite delle norme comportamentali cui Carige dovrà attenersi al fine di non abusare del sostegno ricevuto e la stessa non potra’ conseguire indebiti vantaggi.
L’art. 4 ” condizioni” del decreto Gentiloni aveva,invece, maglie piu’ larghe nell’ identificazione dei soggetti a cui la garanzia statale poteva essere concessa, non prevedendo nulla in merito a prescrizioni comportamentali da parte degli istituti di credito beneficiari.

In realtà il fatto che i due decreti siano quasi per intero identici non deve apparire come una novita’, sorprendere o,peggio,scandalizzare.

Con le attuali regole europee il governo Conte non aveva molta scelta se non seguire il percorso già tracciato dai governi precedenti.

Le leggi europee in materia, infatti, sono sempre le stesse, inderogabili e imprescindibili e lo sono anche le norme italiane che ad esse rimandano.

Trattasi del linguaggio tecnico/ formale della normazione.

Il governo del cambiamento, della rottura, della inversione di tendenza, si e’ uniformato ai diktat europei al pari dei suoi predecessori.

Ha rimandato al mittente le accuse di ” plagio” ricevute trincerandosi dietro un sonoro ” noi non siamo come voi”, ” nessuno di noi deve difendere padri o amici”.

Il premier e i viceministri hanno sottolineato come
Il ” soccorso” per banca Etruria e simili sia stato molto oneroso per gli investitori. Le perdite in quel caso sono state sopportate dai privati attingendo al Fondo nazionale di risoluzione, un fondo di emergenza costituito con versamenti delle banche stesse.

In realta’ e’storia conosciuta che ci furono molte perdite da parte degli investitori privati e piccoli risparmiatori sui quali gravarono gli azzeramenti delle obbligazioni subordinate.

Montarono le proteste e il governo dovette stanziare per decreto 100milioni di euro per tutelare i piccoli risparmiatori. Somma ulteriormente rimpinguata con la legge di bilancio 2019, varata dall’ attuale maggioranza.

Nel 2016 l’esposizione dell’istituto senese MPS, rasentava una vera e propria voragine. Il governo Gentiloni decise di intervenire con quella che in gergo finanziario si chiamava ” ricapitalizzazione precauzionale”.

Previa autorizzazione della BCE, fu redatto con decreto legge, un programma di salvataggio. Si cerco’ di salvare i piccoli investitori attraverso un intervento di capitale pubblico. Lo Stato divenne azionista di maggioranza di MPS.

Il ” salvataggio delle banche patrie” apri’ il sipario su balletti insulsi che rivelarono retroscena di ” relazioni pericolose” ” nepotismi” e palesi situazioni di ” conflitto di interesse”.

I grandi debitori degli istituti che emersero dalle inchieste, dagli scoop giornalistici, appartenevano al gotha della finanza e dell’imprenditoria nostrana, i responsabili delle gestioni ” allegre” erano parenti di ministri o di personaggi politici.

E il bubbone esplose in tutta la sua potenza deflagrante, costituendo per molti esponenti politici l’ inizio del declino.

La stessa commissione d’inchiesta sulle banche con presidente Casini, fu politicamente contestata e avversata.

Il movimento 5 Stelle ne fece un cavallo di battaglia elettorale.

Oggi al governo, si e’ trovato, suo malgrado, costretto a dover affrontare la medesima situazione. A chiedere a gran voce l’istituzione di una nuova commissione d’inchiesta guidata da Paragone.

E a chi contesta il comportamento tenuto, nel senso di predicare bene e razzolare male come i predecessori, l’on.le Di Maio risponde: “…Non abbiamo dato un euro alle banche. Abbiamo scritto una legge e, se serve, lo Stato potra’ garantire nuovi titoli e potra’ ricapitalizzare. Se si dovesse usare quella garanzia o se si dovessero mettere soldi pubblici, banca Carige deve divenire di proprieta’ dello Stato” . Dello stesso avviso Giorgetti della Lega .

La maggioranza di governo sostiene che il decreto ” salva Carige” e’ chiaro nel far emergere che tre miliardi sarebbero ” previsti e,stanziati” ma non ” impegnati” nel senso che costituiscono una ” garanzia” che lo Stato offre per l’adempimento delle future obbligazioni Carige. Una sorta di fideiussione in cui lo Stato sarebbe escusso solo in seguito al mancato ottemperamento delle obbligazioni assunte da Carige.

Un ulteriore miliardo di euro sarebbe previsto ma non ancora impegnato. Solo nel caso di ricapitalizzazione precauzionale, ove, ovviamente , se ne ravvisasse la necessita’ e l’urgenza, questi soldi sarebbero utilizzati. . In quest’ultimo caso, accanto alla ricapitallizzazione con soldi pubblici, ci sarebbe il ” burden sharing,” o, per dirlo,all’italiana ” la condivisione degli oneri” a carico degli investitori.

Una sorta di condicio da diritto romano” incertus an incertus quando” ( incerto nel se e nel quando)

Ma, le dichiarazioni di Di Maio e company in realta’ non tranquillizzano, perche’ il senso fatto palese dalle parole dei due decreti a confronto e’ pressoche’ identico fatte salve alcune diversificazioni nell’art. 4. Il vocabolo importante, ” garanzia” viene utilizzato in entrambi.

La differenza, ove la si volesse ,peraltro riscontrare, sarebbe tutta nella situazione oggettiva di banca Carige e nell’ intervento colpevolmente tardivo dei governi che hanno temporalmente preceduto questo sugli istituti in crisi.

La Carige al momento non pare in imminente “pericolo di vita”.

Probabilmente,verrebbe da supporre, che a parita’ di condizioni, identico al precedente sarebbe il modus operandi del governo attuale.

Il balletto dei veleni e’ il medesimo.

Addirittura e’delle ultime ore la notizia del rinvenimento di un conflitto di interessi del premier. Parrebbe, infatti, che Conte, nel suo curriculum vitae, abbia dichiarato una collaborazione di studio con Alpa. Quest’ultimo ha fatto parte del CDA di Carige fino al 2013 e, successivamente, e’stato membro della omonima Fondazione.

Il Premier, tuttavia, smentisce i legami non riuscendo,pero’,a placare le critiche e a tacitare mugugni e chiacchiere.

Il governo parrebbe chiedere ai cittadini, con la ” firma di una cambiale in bianco” sul suo operato, una fiducia aprioristica e generalizzata e, per avallare la richiesta, dice:” basta la parola!”

E’ vero, le responsabilita’ di questi ” salvataggi ex post” va ascritta a quegli organi di controllo che “parti ormai” e non ” super partes” non effettuano adeguatamente attivita’ ricognitive o di indagine preventiva, consentendo che poi ai cittadini vengano servite pietanze stantie, riscaldate, spesso attaccate da muffe corrosive.

Ma il cittadino, firmatario di un rapporto sinallagmatico con lo Stato, fatto di prestazioni corrispettive, non puo’ accontentarsi di mere rassicurazioni formali.

E quelle fornite dal governo nel caso di specie, appaiono fumose, espressione di un film gia’ visto, perche’ il dato formale esplicitato nelle norme sarebbe identico nei due decreti.

E’vero, come afferma la maggioranza a cambiare potrebbe essere il comportamento degli attori.

Ma l’esperienza, soprattutto in materia bancaria , ha evidenziato che a volte i rimedi sono peggiori del male.

Ci si auspica che il rimedio solo ” vagheggiato” nel decreto, non divenga ancora una volta lavacro di lacrime e sangue per gli italiani.