IL CASO CARIGE

Del caso Carige sappiamo l’essenziale. O, più esattamente, pensiamo di saperlo. Sappiamo che la sua crisi è maturata anni fa, come specifica manifestazione di quella politica spericolata, che è stata, a livello mondiale, fattore scatenante di una crisi, prima finanziaria e poi economica che stiamo tuttora vivendo. Sappiamo che questa crisi non è stata risolta, almeno nell’ambito delle disponibilità a intervenire del settore privato (“i privati non fanno beneficienza”, ci viene ripetuto sempre; aggiungiamo che non la fanno nemmeno per soccorrere i loro fratelli in difficoltà…). Sappiamo che, a questo punto, l’intervento dello stato era inevitabile: perché le banche non possono fallire (a differenza, in questo caso, di altri tipi di impresa; ci torneremo); e perché l’alternativa del “bail in”, leggi dei costi dell’operazione, non a caso sostenuta dall’Europa, scaricati sui diretti interessati e non sul contribuente, era politicamente ancor meno vendibile. E sappiamo, infine, che l’ipotesi, logicamente e politicamente corretta, della nazionalizzazione, trova resistenze, probabilmente insormontabili, nell’ambiente e nel contesto europeo.
Questo sappiamo, come cittadini, generalmente e genericamente informati dei fatti. Né può aiutarci a capire di più il dibattito tra le cosiddette “forze politiche”, tutto costruito su acrimoniose contestazioni reciproche; o, per altro verso, lo svolgimento di inchieste o destinatesi ad arenarsi per strada o nemmeno avviate per l’assenza dello strumento giuridico necessario per formalizzarle.
Questa situazione non è casuale. Perché è il frutto di una sorta di rinuncia preventiva; insomma, del rifiuto di prendere di petto le questioni di fondo aperte dalla vicenda Carige e dalla sua soluzione, non a caso, insieme, obbligata e insoddisfacente.
La prima ha a che fare con il rapporto, una volta fecondo, ma poi sempre più perverso, tra la banca e il suo ambiente. Come dice la parola stessa, una cassa di risparmio di Genova conteneva in sé l’obbiettivo di “interagire” con la città, con le sue esigenze e i suoi problemi ma anche con le sue risorse e le sue possibilità di sviluppo. Come mai allora questo rapporto si è ridotto a uno scambio di favori di ogni tipo tra i vari poteri e potentati locali senza che nessuno contestasse questa deriva?
La seconda investe la condizione di totale libertà e, insieme, di totale impunità, di cui gode il mondo delle banche a differenza di tutti gli altri protagonisti del sistema economico privatistico. Una libertà totale che portò alla grande depressione del 1929; ma allora l’intervento salvifico dello stato fu accompagnato da una regolazione penetrante del sistema del credito e, in Italia, assieme a questa, dalla nascita dell’Iri.
Analogamente, la crisi in atto, prima in America, poi in Europa è stata la conseguenza diretta della bolla dei derivati e dell’immobiliare. Ma, a differenza di allora, l’azione dei governi ha mirato, in primo luogo , al salvataggio del sistema bancario ma senza alcuna contropartita in termini di controlli e senza alcun riferimento ai danni subiti dai cittadini contribuenti.
E qui sorge la terza e ultima questione. Perché, sulla vicenda, all’emozione pubblica, più forte, comunque, negli Stati Uniti che in Europa, non è diventata, né in Italia né altrove una grande questione politica?
Domande non certo retoriche. E proprio per questo, rimaste, per ora, del tutto inevase.