L’ALTARE DELLA PATRIA, TEMPIO MASSONICO

FABRIZIO FALCONI

In fondo a piazza Venezia, in posizione prospettica ideale alla fine del rettifilo di via del Corso, addossato al Colle Capitolino, principale simbolo laico della città di Roma, sorge il grandioso monumento a Vittorio Emanuele ii re d’Italia, che viene detto anche Il Vittoriano e nel parlare comune dei romani è l’Altare della Patria o anche, con un nomignolo a metà tra il dispregiativo e l’ironico, la Macchina da scrivere, per le sue forme che ricordano le vecchie Olivetti.

In effetti, per la tradizione di Roma, quest’opera è sempre risultata un po’ ingombrante e imbarazzante: in parte per la sua mole gigantesca, che ha finito quasi per oscurare il vicino colle del Campidoglio, in parte per le origini della sua costruzione, che sono legate all’affermazione della unità d’Italia (e in qualche modo quindi simbolo del potere piemontese sulla Capitale), in parte per lo sfacelo, compiuto all’epoca della edificazione, di interi quartieri di Roma e di rovine antiche, e in parte infine per il materiale utilizzato – quel calcare di Botticino (in provincia di Brescia – così luminoso e abbagliante che male si concilia con l’opaco travertino simbolo della Città, insieme al giallo all’arancione e all’ocra dei suoi palazzi più antichi.

L’Altare è principalmente opera dell’architetto Giuseppe Sacconi e fu iniziato nel 1885. Ma i complessi lavori si protrassero per ventisei anni e l’inaugurazione dell’edificio si ebbe soltanto nel 1911.

La collocazione nel monumento della Tomba del Milite Ignoto risale invece soltanto al 1921, e da allora, con la sepoltura di un anonimo caduto italiano durante la guerra del 1915-18, all’Altare si legò una nuova valenza simbolica, emblema della unità del Paese che ancora oggi viene omaggiata dai presidenti della Repubblica nelle circostanze e nelle ricorrenze ufficiali.

L’idea di Sacconi infatti fu quella di realizzare una allegoria dell’Italia, per mezzo di una galleria di sculture, bassorilievi, fontane, esedre, mosaici, statue e quadrighe  armonizzati in un unico disegno complessivo. 

Il monumento fu ideato dopo la morte di Vittorio Emanuele ii e proprio per celebrare la figura dell’uomo che più di ogni altro era considerato il Padre della Patria, colui che per la prima volta era riuscito nell’impresa di unificare un territorio sempre diviso e disperso come quello italiano.

Il bando per il progetto fu varato nel 1882 e, tra le novantotto proposte pervenute, si affermò proprio quella del giovane architetto marchigiano Giuseppe Sacconi, il quale si ispirò esplicitamente all’Altare di Zeus a Pergamo, uno dei capolavori assoluti dell’arte ellenistica fatto erigere dal re Eumene iitra il 166 e il 156 a.C., smontato dai luoghi originari e trasportato a Berlino nel 1886, dove si trova attualmente. 

Sacconi ebbe il pieno appoggio della potente massoneria romana, esponente di una “seconda religione”, laica e anticlericale, che aveva trovato nell’unità d’Italia il suo simbolo e voleva celebrarla in un grandioso monumento che si presentava come una enorme piazza sopraelevata, dentro la città, nel cuore della città, una specie di moderno Foro che non inneggiasse alle persone, ma ai simboli, della libertà, della fraternità, dell’uguaglianza, dell’economia, della unità. 

Il vero ispiratore di questa idea era stato Giuseppe Zanardelli, uno dei politici più importanti del periodo seguente alla unificazione d’Italia, massone, sul quale circolano i più disparati aneddoti, tra cui uno racconta che, per polemizzare contro chi, a Montecitorio si lamentava dei troppi parlamentari massoni, giunse a sfilarsi il cappotto per mostrare orgogliosamente il grembiule massonico che indossava.

Fu proprio Zanardelli a esprimere il parere favorevole al progetto di Sacconi ispirato a un grande e celebrato simbolo della grandezza classica ellenica, e fu lo stesso Zanardelli – sembra –  a sostenere la scelta di sostituire il travertino (materiale con il quale Sacconi aveva pensato di realizzare il monumento, sicuramente più consono alla storia e alla tradizione di Roma) con il botticino, il marmo bianco estratto dalle cave di Brescia, di cui Zanardelli era originario.

Sacconi era il nipote di un cardinale e aveva persino curato i lavori di  restauro del Santuario di Loreto. Ma  era considerato da Zanardelli sufficientemente ambizioso e volitivo per occuparsi della realizzazione di un monumento così imponente.

All’Altare della Patria, in effetti, Sacconi dedicò l’energia di una vita intera, anche se non riuscì a vedere il monumento ultimato: morì infatti nel 1905, sei anni prima della inaugurazione e i lavori vennero ultimati dagli architetti Koch, Manfredi e Piacentini.

Gran parte del lavoro però fu effettuato sotto la sua guida di Saconi: la prima pietra del futuro monumento fu posta nel 1885. Poi, lentamente, si cominciarono a distruggere e demolire le case della zona adiacente al Campidoglio, abbattendo la torre medievale di papa Paolo iii (1468-1549), Farnese, l’ispiratore del Concilio di Trento, l’Arco di San Marco, un ponte sospeso che metteva in comunicazione Palazzo Venezia con il Campidoglio e i tre meravigliosi chiostri del convento francescano dell’Ara Coeli che furono sacrificati al nuovo monumento. 

Ma Sacconi si trovò di fronte a mille difficoltà: prima fra tutte il fatto che il colle del Campidogliorisultò essere composto di materiali argillosi, frutto di sedimentazioni successive e molto friabile, non di tufo come si pensava. 

Durante gli scavi, poi, venne fuori di tutto, come era scontato in quella zona nevralgica dove sorgevano molte delle più rilevanti rovine della Roma antica: gallerie, sotterranei, porzioni di mura serviane, reperti di ogni genere, perfino lo scheletro di un elefante, conservato da chissà quanto tempo.

Le ruspe sabaude comunque andarono avanti senza fermarsi, fino al completamento dell’opera, inaugurato a da Vittorio Emanuele iii il 4 giugno del 1911, nella occasione della Esposizione internazionale per il cinquantenario della Unità d’Italia, insieme alla nuova piazza Venezia, ridisegnata secondo il disegno dello stesso Sacconi, nel corso di una solenne e imponente cerimonia alla quale presero parte, oltre alle più alte cariche dello Stato, seimila sindaci provenienti da ogni regione d’Italia.

Il completamento del corredo esterno e interno di statue e mosaici dell’enorme monumento proseguì però per parecchi anni dopo la sua inaugurazione. Le due grandi quadrighe bronzee vennero poste sul terrazzo del monumento (oggi visitabile grazie all’ascensore trasparente realizzato sotto la giunta Rutelli) tra il 1924 e il 1927; qualche anno dopo si completò la cripta del Milite Ignoto, e negli anni ’30 fu terminata anche la facciata del monumento esposta a sud, verso via di San Pietro in Carcere, con la realizzazione del Museo del Risorgimento. 

Qualche numero serve a capirne le dimensioni: è alto 81 metri e largo 135 e occupa una superficie pari a diciassettemila metri quadrati, 196 sono i gradini che mettono in comunicazione il colonnato con la terrazza, dalla quale si gode di una vista impareggiabile sulla città; 12 metri di altezza per una lunghezza di dieci sono invece le dimensioni della statua equestre dedicata a Vittorio Emanueleii, per la quale furono fuse cinquanta tonnellate di bronzo (nel ventre del cavallo sembra possano essere stipate venti persone comodamente sedute).

Molti sono i simboli (vegetali, animali) che ricorrono nel monumento, gioia degli appassionati di esoterismo che vi leggono un codice nascosto: la palma per la vittoria, l’alloro per la pace vittoriosa, il mirto per il sacrificio, l’ulivo per la concordia, la quercia per la forza; poi una donna che afferra un serpente con la mano sinistra, simbolo della conoscenza segreta.